Lunedì, 22 Luglio 2024
Il processo / Raffadali

Omicidio Rampello, il calcolo della pena è incostituzionale? I dubbi della Corte di assise che prende tempo

Il 58enne Gaetano Rampello, reo confesso del delitto del 24enne Vincenzo, in primo grado è stato condannato a 21 anni di reclusione: il pg aveva chiesto la conferma del verdetto. La difesa, alla luce di una recente sentenza della Consulta, solleva una complessa questione giuridica che potrebbe portare, in caso di accoglimento, a una netta riduzione di pena

Il calcolo della pena di 21 anni di reclusione, inflitta a Gaetano Rampello, 59 anni, poliziotto in servizio al reparto mobile della questura di Catania, che ha confessato l'omicidio del figlio ventiquattrenne Vincenzo, potrebbe essere incostituzionale. 

La questione, al processo di appello, è stata sollevata dal difensore dell'imputato, l'avvocato Daniela Posante, e i giudici, alla luce di una sentenza della Corte costituzionale, emessa meno di due settimane fa, prendono tempo per esaminare meglio il caso.

I giudici della Corte di assise di Agrigento, presieduta da Wilma Angela Mazzara, lo scorso 31 gennaio lo hanno condannato a 21 anni di reclusione. Gli stessi giudici, alcune settimane dopo, lo hanno scarcerato, sostituendo la misura con gli arresti domiciliari col braccialetto elettronico.

Tensioni fra familiari prima del processo

Rampello (nella foto in basso il momento dell'arresto), secondo la sua stessa confessione, avrebbe esploso 14 colpi della sua pistola di ordinanza contro il figlio violento e con problemi psichici che da anni lo picchiava e gli estorceva soldi. La Corte ha escluso le aggravanti della premeditazione e riconosciuto le attenuanti generiche e della provocazione che hanno consentito di contenere molto la pena. 

arresto Gaetano Rampello, Raffadali-2

L'omicidio è avvenuto il primo febbraio in piazza Progresso, a Raffadali, dove i due si erano dati appuntamento perché il ragazzo avrebbe preteso 30 euro. In quella circostanza il ventiquattrenne, secondo il racconto dell'imputato, avrebbe strattonato il padre costringendolo a consegnarli altri soldi. Rampello, secondo quanto lui stesso ha ammesso, dopo essere stato aggredito ha estratto l'arma e gli ha sparato alle spalle consegnandosi poi ai carabinieri a una fermata del bus. 

Dietro l'omicidio c'erano anni di violenze e sopraffazioni da parte del giovane al padre, alimentati dai problemi psichici del ragazzo, che viveva insieme a uno zio in un clima conflittuale fra gli stessi genitori che si erano separati con ripetuti contrasti. 

I giudici, tuttavia, escludendo la premeditazione, hanno ritenuto si sia trattato di un raptus come lui stesso aveva ammesso. Sulla questione legata al calcolo della pena, la difesa ha sollevato una questione complessa giuridica che, in caso di accoglimento, porterà a una netta riduzione della condanna.

I giudici, in sostanza, in primo grado hanno riconosciuto sia le attenuanti generiche che quelle che scaturiscono dalla provocazione. Tuttavia, nel calcolo della pena, ha prevalso l'aggravante legata al fatto che la vittima dell'omicidio è il figlio dell'imputato.

Nel ricorso depositato dall'avvocato Posante (avvocato daniela posante-3) la scorsa estate si sollevavano dubbi di legittimità costituzionale: lo scorso 30 ottobre la Consulta si è pronunciata, su un caso analogo, accogliendo questa tesi. Alla luce di questo pronunciamento la Corte di assise di appello di Palermo, che in precedenza aveva dato la parola al procuratore generale che aveva chiesto la conferma del verdetto, ha emesso un'ordinanza con cui dispone un dettagliato esame del caso.

Il processo è stato, quindi, aggiornato al 7 dicembre.

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