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Un'immagine del sequestro eseguito dalla Guardia di finanza

Un'immagine del sequestro eseguito dalla Guardia di finanza

"Fece affari con i boss": la procura torna a chiedere la confisca dei beni di Romano

In primo grado i giudici hanno rigettato gran parte delle richieste, acquisita la perizia del processo di appello

Riparte in Corte di appello, dopo un ampio rigetto della richiesta di confisca, il procedimento di prevenzione a carico dell'imprenditore di Racalmuto, Calogero Romano, 64 anni, condannato in primo grado a 6 anni e 6 mesi per l'accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. 

I giudici della seconda sezione misure di prevenzione del tribunale di Agrigento, lo scorso 20 settembre, hanno disposto la confisca, vale a dire la definitiva acquisizione da parte dello Stato, di una minima parte dei beni di cui era stato disposto il sequestro nel marzo del 2018, nei confronti Romano, titolare di fatto o di diritto di diverse aziende operanti in svariati settori, con particolare riferimento all'edilizia, che, secondo quanto avrebbe accertato il processo, per un periodo molto lungo, di circa una quindicina di anni a partire dal 1992, avrebbe stretto accordi con i boss del paese - in particolare Maurizio Di Gati - per sviluppare le sue attività imprenditoriali. 

Romano, in sostanza, avrebbe pagato il pizzo alla mafia in cambio di sostegno. Contestualmente al processo penale è stato incardinato un procedimento che aveva portato al sequestro dei beni: un patrimonio di aziende e proprietà stimato in circa 120 milioni di euro che, secondo l’accusa, sarebbe stato acquisito per via della contiguità con Cosa Nostra. Lunghissima e articolata la lista dei beni in cui sono comprese aziende che operano nel campo delle telecomunicazioni e dell'edilizia e un autodromo.

La Procura, nel luglio del 2019, conclusa la fase istruttoria del procedimento di prevenzione, aveva chiesto la confisca, vale a dire l’acquisizione da parte dello Stato (definitiva solo dopo il terzo grado di giudizio), di tutti i beni sui quali sono stati apposti i sigilli. Chiesta anche la misura di prevenzione personale per tre anni. Il collegio di giudici presieduto da Wilma Angela Mazzara, nelle scorse settimane, accogliendo anche gran parte delle tesi difensive - facevano parte del collegio, fra gli altri, gli avvocati Salvatore Pennica, Alfonso Neri, Lillo Fiorello e Francesco Accursio Mirabile -, ha rigettato la richiesta di applicazione della sorveglianza speciale, ritenendo che "al di là di sospetti e congetture, non ci sono elementi in grado di provare la pericolosità sociale in un periodo diverso a quello compreso fra il 1992 e il 2006". Di conseguenza, anche la confisca dei beni è stata ridimensionata ai soli beni acquisiti in quel periodo: un patrimonio che ammontava a circa il 15 per cento di quello di cui si chiedeva l'estromissione definitiva e l'acquisizione da parte dello Stato.

Sigilli, confermati, quindi al capitale sociale, di circa il 35 per cento, della Program Group Racing Engeneering, che si occupa della costruzione di impianti sportivi; dell'intero capitale sociale della Romano Srl, che fabbrica fili e cavi elettrici; di un terreno a Racalmuto e di svariati conti correnti e titoli finanziari nonchè di un autocarro. La Dda ha impugnato la decisione dei giudici di primo grado ed è tornata a chiedere la confisca dell'intero patrimonio. Il procedimento si è aperto con la richiesta della procura generale di acquisire la perizia contabile che è stata disposta al processo di appello dove è imputato di concorso esterno. Si torna in aula per proseguire l'istruttoria il 7 maggio.

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