Mafia, il clan di Camastra e Canicattì alla sbarra: via libera alla requisitoria del pg

Alla battute conclusive il processo di appello scaturito dall'inchiesta "Vultur": rigettate le ultime richieste probatorie della difesa

Rosario Meli

Il 16 luglio ci sarà la requisitoria del procuratore generale, a seguire le altre discussioni di parte civile e difesa degli imputati. Si avvia alla conclusione il processo  di appello scaturito dall'inchiesta antimafia "Vultur" che ha fatto luce sui presunti componenti delle famiglie di Camastra e Canicattì e sui legami fra i due clan. I giudici hanno rigettato le nuove richieste istruttorie della difesa relative, per lo più, alla produzione di documenti. 

La Corte di appello, sollecitata dai difensori (fanno parte del collegio gli avvocati Angela Porcello, Santo Lucia, Raffaele Bonsignore, Giuseppe Barba, Antonino Reina, Vincenzo Domenico D’Ascola e Lillo Fiorello) ha disposto una perizia per fare chiarezza su un'intercettazione, usata dai giudici per condannare gli imputati ma, in realtà, presa in considerazione forse per sbaglio in quanto agli atti dell'ordinanza cautelare. Oggetto della questione è una telefonata fra il boss Rosario Meli e il presunto cassiere della famiglia di Camastra, Vincenzo Piombo, in cui si parlerebbe proprio di spartizione di soldi: secondo quanto ha spiegato in una precedente udienza il perito, non era stata versata agli atti del dibattimento ma è stata utilizzata per sbaglio dai giudici di primo grado.

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I difensori, con la trascrizione, hanno potuto conoscerne il contenuto preciso e chiarire eventuali dubbi. I giudici del tribunale di Agrigento, in primo grado, il 22 novembre del 2018, hanno inflitto 17 anni e 6 mesi di reclusione a Rosario Meli, 70 anni, ritenuto il capo della famiglia di Camastra; 14 anni e 6 mesi al figlio Vincenzo, accusato di avere gestito gli affari della famiglia di Cosa Nostra in paese e 13 anni e 6 mesi al tabaccaio di Camastra Calogero Piombo, 67 anni, ritenuto il "cassiere" della cosca. Ventidue anni, in continuazione con altre due condanne precedenti, sono stati inflitti, infine, a Calogero Di Caro, 72 anni, vecchio boss di Canicattì. 

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