Martedì, 23 Luglio 2024
Il caso / Canicattì

Processato due volte per errore: la prima viene condannato, la seconda assolto: il giudice corregge il "pasticcio"

Un 31enne canicattinese, per una svista della procura, è stato mandato due volte a giudizio per la stessa ipotesi di truffa in cui avrebbe speso il nome di Confindustria. I due magistrati hanno emesso una sentenza opposta ed è stato necessario "l'incidente di esecuzione"

Processato due volte per errore, la prima viene condannato a un anno di reclusione e la seconda viene ritenuto estraneo. Un pasticcio giudiziario che, alla fine, viene risolto con il cosiddetto "incidente di esecuzione": in sostanza il giudice Giuseppa Zampino, a cui si è rivolto il difensore del trentunenne Pietro Meli di Canicattì, l'avvocato Antonino Manto, ha preso atto che la svista della procura, che ha disposto lo stesso processo per fatti identici per due volte, ha portato a pronunce opposte e ha dichiarato l'esecutività di quella assolutoria.

Questo perchè la legge prevede che si debba applicare, in casi del genere, il trattamento più favorevole per l'imputato. Protagonista della vicenda il trentunenne accusato di truffa ai danni di una ditta di materiale elettrico da cui si sarebbe fatto consegnare, fingendosi un esponente di Confindustria giovani che stava provvedendo alla ristrutturazione dei locali, 100 lampade di emergenza.

La presunta vittima ha raccontato di essersi insospettita di alcune circostanze, dopo avere fatto un sopralluogo nell'appartamento che, secondo la versione che gli era stata riferita, doveva ospitare i nuovi locali di Confindustria giovani. Tuttavia decise di effettuare la fornitura salvo poi non essere pagato. All'identificazione di Meli si è arrivati perchè parte della trattativa per la fornitura, del valore di 3.000 euro, era stata fatta telefonicamente con un interlocutore che utilizzava una scheda a lui intestata. 

Una prova ritenuta sufficiente per il giudice che gli ha inflitto un anno. L'ha pensata in modo opposto il collega che lo ha assolto ritenendo che non vi fosse alcuna attività di indagine che confermasse l'effettivo utilizzo della scheda telefonica. 

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