Venerdì, 24 Settembre 2021
Cronaca

Blitz "Xydi", Cosa Nostra e Stidda si "guardano" con diffidenza e sospetto: pax precaria

L'analisi della Dda: "Una pace che, come la storia insegna, da un momento all’altro può divenire tragica e drammatica in una successione di fatti di sangue finalizzati al controllo militare dell’una organizzazione sull’altra”

Continuano a guardarsi con diffidenza e sospetto, ma hanno qualificati e diretti rapporti personali per risolvere i problemi e per individuare o spartirsi le attività criminali da realizzare sul territorio. Dall’inchiesta antimafia “Xydi” – che, all’alba di ieri, ha portato all’esecuzione ad opera dei carabinieri del Ros di 22 su 23 fermi di indiziato di delitto – è emerso che Cosa Nostra e Stiddra, in provincia di Agrigento, hanno sancito una sorta di accordo di pace. Una pax precaria, certo. Ma vigente e rispettata – almeno per il momento – dagli esponenti mafiosi delle due organizzazioni.

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“Una pace che tuttavia, per come la storia insegna, - hanno rilevato i magistrati della Direzione distrettuale antimafia, che hanno coordinato l’inchiesta “Xydi” - da un momento all’altro può divenire tragica e drammatica in una successione di fatti di sangue finalizzata al controllo, questa volta militare, dell’una organizzazione sull’altra”. Fra i destinatari dei provvedimenti di fermo di indiziato di delitto ci sono anche due stiddrari: Antonio Gallea e Santo Rinallo. “Entrambi, più volte, sono stati condannati all’ergastolo per  partecipazione ad associazione mafiosa, omicidio ed altri gravi reati – hanno ricostruito i magistrati della Dda di Palermo - . Gallea, in particolare, veniva ritenuto responsabile quale mandante dell’omicidio del giudice Rosario Livatino”. L’attività di indagine dei carabinieri del Ros ha svelato la rinnovata presenza, nell’area territoriale del mandamento mafioso di Canicattì, dell’agguerrita articolazione mafiosa Stiddara.

Articolazione che si sarebbe  “ricostituita e ricompattata intorno alle figure degli ergastolani semiliberi Antonio Gallea e Santo Gioacchino Rinallo – hanno scritto i magistrati della Dda - . Con riferimento proprio a loro, uno dei numerosi dati allarmanti emersi nell’indagine è costituito dal fatto che entrambi, dopo avere ottenuto la declaratoria di ‘impossibilità’ della loro collaborazione, hanno – è stato ricostruito, dagli inquirenti, nel provvedimento di fermo - sfruttato la disciplina premiale, prevista anche per i detenuti ergastolani, per ritornare ad agire sul territorio con i metodi già collaudati in passato e così rivitalizzare una frangia criminale-mafiosa, quella della Stidda, condannata da tempo all’estinzione, e proiettarla con spregiudicatezza e violenza nel territorio Agrigentino”. Una proiezione che, di fatto, si traduce – è inevitabile - in una competizione, al momento pacifica, con Cosa Nostra specie sul lucrosissimo, e dunque strategico, settore delle mediazioni nel mercato ortofrutticolo, uno dei pochi settori produttivi nella provincia di Agrigento. La sopravanzata della Stidda è però oggetto di molteplici frizioni con il gruppo mafioso “tradizionale”.

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La Stidda fa però leva non solo sulla forza intimidatrice sprigionata da un passato di accertata e inaudita violenza, “ma anche su una documentata tentata estorsione e connessi progetti di morte in danno, tra gli altri, di un mediatore e di un imprenditore e – concludono i magistrati della Direzione distrettuale antimafia di Palermo - sul possesso di armi da fuoco certamente destinate a commettere crimini, anche nei confronti di chi avesse osato frapporsi ai progetti espansionisti di tale pericoloso e violento gruppo criminale mafioso”. Come dire, insomma, che la pace fra Cosa Nostra e Stidda, per intanto, c’è. Ma non è assolutamente scontato che duri. Le “avvisaglie” sono chiare: basta poco, molto poco, per fare in modo che i rapporti si incrinino. Entrambe le parti ne sono, di fatto, consapevoli ed è per questo che continuano a guardarsi con sospetto.

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