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Il blitz del Ros: la Stiddra si ricompatta attorno al mandante dell'omicidio Livatino

Il boss ergastolano - stando all'inchiesta - avrebbe sfruttato i premi che in alcuni casi spettano anche ai condannati al carcere a vita, per tornare ad operare sul territorio

La Stiddra è tornata a riorganizzarsi e ricompattarsi attorno alle figure di due ergastolani che erano riusciti ad ottenere la semilibertà. Emerge anche questo dall'inchiesta della Dda e del Ros - denominata "Xydi" - che ha portato, stanotte, all'esecuzione di 23 fermi di indiziato di delitto. Fra i fermati anche l'avvocato Angela Porcello di Canicattì, nonché un ispettore e un assistente capo della polizia. 

Mafia, scatta il blitz "Xydi": il Ros esegue 23 fermi: ci sono anche un avvocato, un ispettore e assistente della polizia

Nel mandamento mafioso di Canicattì, la Stiddra era tornata a ricompattarsi attorno ad uno dei capimafia, Antonio Gallea, indicato come il mandante dell'omicidio del giudice Rosario Livatino. Un boss ergastolano che avrebbe sfruttato i premi che in alcuni casi spettano anche ai condannati al carcere a vita, per tornare ad operare sul territorio e rivitalizzare la Stidda che sembrava ormai sconfitta.

Erano pronti a tutto gli stiddari, anche a uccidere un imprenditore. Le indagini hanno rilevato l’esistenza di una fragile pax mafiosa sul territorio che rischiava di saltare da un momento all’altro.

Dopo aver scontato 25 anni per l'assassinio del giovane magistrato, trucidato il 21 settembre del 1990 e da poco proclamato "beato" da papa Francesco, il boss Antonio Gallea è stato ammesso alla semilibertà  dal tribunale di sorveglianza di Napoli il 21 gennaio del 2015 perché ha mostrato la volontà di collaborare con la giustizia. L'altro capomafia attorno al quale la Stidda si sarebbe andata ricompattando ha scontato 26 anni ed è stato ammesso al beneficio della semilibertà il 6 settembre del 2017 e autorizzato dal tribunale di Sassari a lavorare fuori dal carcere. Anche lui avrebbe mostrato l'intenzione di aiutare gli investigatori.

Una "collaborazione" che la giurisprudenza definisce "impossibile", in quanto entrambi hanno parlato di fatti già noti alla magistratura non apportando, dunque, contributi nuovi alle indagini, ma che ha consentito a tutti e due di beneficiare di premialità. Dall'inchiesta è emerso che gli stiddari sono tornati a far concorrenza a Cosa Nostra, con la quale alla fine degli anni '80 si erano fronteggiati in una guerra con decine di morti. Stavolta la "competizione" tra le due organizzazioni criminali non ha ancora visto spargimenti di sangue, anzi le due mafie si sarebbero spartite gli affari. Come quelli nel settore delle mediazioni nel mercato ortofrutticolo, uno dei pochi produttivi della provincia di Agrigento. Dall'indagine viene fuori inoltre che gli stiddari avrebbero usato la loro forza intimidatoria per commettere estorsioni e danneggiamenti.

La Stidda - hanno scoperto i militari dell'Arma - poteva contare  su un vero e proprio arsenale di armi. 

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