Venerdì, 19 Luglio 2024
Il decesso nel 2021

Morì 2 giorni dopo le dimissioni, rinviati a giudizio 6 medici (2 agrigentini) di una clinica di Palermo

Così ha deciso il giudice per i sanitari che ebbero in cura, tra il 9 e il 15 aprile 2021, Antonino Giannilivigni, deceduto a causa di un'occlusione intestinale. L'uomo era andato nella struttura convenzionata per alcuni dolori, ma secondo l'accusa il personale non si sarebbe accorto del suo carcinoma perché non avrebbero effettuato i necessari esami strumentali

Rinviati a giudizio con l’accusa di omicidio colposo per il decesso di un paziente morto due giorni dopo le dimissioni. Così ha deciso il gup Ermelinda Marfia nei confronti di sei medici della clinica Triolo-Zancla che, tra il 9 e il 15 aprile 2021, ebbero in cura Antonino Giannilivigni, paziente morto a 73 anni dopo un ricovero d’urgenza in ospedale dovuto a un’occlusione intestinale provocata probabilmente da un carcinoma al colon non diagnosticato. Vanno dunque a processo Loredana Sutera (Sciacca, 46 anni), Nicolino Cannata (Ribera, 56), Giovanni Fazio (Ragusa, 45), Gaspare Milano (Alcamo, 46), Salvatore Bucchieri (Palermo, 51) e Giovanna Falcone (Palermo, 60) che dovranno comparire davanti alla quinta sezione penale il prossimo 20 dicembre.

Dopo il decesso le figlie hanno presentato un esposto sostenendo che i sanitari non avessero fatto quanto necessario per diagnosticare il problema di cui soffriva il padre, portato su disposizione del medico curante nella clinica a causa di malesseri vari tra cui nausea, vomito e dolori addominali. "Concluso l’iter diagnostico - si legge nel documento sottoscritto dal loro avvocato - il paziente veniva dimesso e veniva ‘confermata la terapia farmacologica, controllata l’obiettività ritenuta soddisfacente'". Secondo le due donne, i medici non avrebbero effettuato gli esami che sarebbero serviti ad accertare le cause del gonfiore e dell’indurimento dell’addome che presentava al momento del ricovero.

Dopo le dimissioni, Giannilivigni tornò a casa ma due giorni dopo le condizioni sarebbero precipitate rendendo necessario l’intervento del 118 e un ricovero al Buccheri La Ferla dove gli fu stata diagnosticata una "perforazione dell’intestino e - come si ricava dalla cartella clinica - un’occlusione intestinale causati da un tumore maligno del colon (adenocarcinoma) in stato avanzato". A nulla servì, data la situazione, l’intervento eseguito d’urgenza al termine del quale il 73enne morì. Raccolto tutto il materiale, le figlie si sono rivolte a un legale per chiedere come mai i medici della clinica convenzionata non si fossero accorti della grave patologia e lo avessero dimesso diagnosticando una "insufficienza cardiaca sistolica, fibrillazione atriale, diabete mellito di tipo 2 e ipertrofia prostatica benigna".

Nella perizia medica richiesta dalla Procura al consulente tecnico, infatti, si legge: "Era innanzitutto fondamentale escludere la presenza di una patologia gastrica o una occlusione intestinale che motivasse il vomito e, risultando negativa l’ecografia, farlo quantomeno mediante un esame Tac addome. Tale scostamento, alla luce della patologia, cancro al colon, e delle statistiche di sopravvivenza della stessa in fase complicata, è da considerarsi, nella pratica medico-forense, causa di un ritardo diagnostico durante il quale la patologia si è ulteriormente aggravata. E’ altamente probabile che, se nei giorni del ricovero presso la struttura il paziente fosse stato sottoposto anche solo ad indagini radiodiagnostiche non invasive quali la Tac (ma anche una semplice radiografia diretta dell’addome), la diagnosi di carcinoma al colon stenosante sarebbe stata formulata in tempo congruo da consentire un accesso in sala operatoria in regime di elezione".

Secondo l’accusa i medici non avrebbero dunque "approfondito lo stato di salute del paziente in ordine alle alterazioni presenti agli esami ematochimici" né "la causa della sintomatologia addominale accusata dal Giannilivigni, ricoverato con impegnativa di ‘vomito non controllabile’, che avrebbero consentito di formulare anticipatamente rispetto a quanto avvenuto la diagnosi di carcinoma al colon". Per il pm Felice De Benedittis una "tempestiva esecuzione degli esami strumentali necessari e in particolare una Tac avrebbero consentito di formulare anticipatamente la diagnosi in modo da consentire una sottoesposizione del Giannilivigni a un intervento chirurgico in regime di elezione e in stato di occlusione, intervento con prognosi significativamente più favorevole, a seguito del quale, con alto grado di credibilità razionale, non si sarebbe verificata la morte".

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