Mafia, droga e omicidi: disposta perizia fonica al processo "Gallodoro"

Uno degli imputati nega che la voce registrata in un summit sia la sua, un segmento dell'inchiesta riguarda l'Agrigentino

Domenico Avarello e Domenico Mangiapane

Mafia, droga, omicidi ed estorsioni: un intreccio articolato fra la criminalità agrigentina e quella nissena, che affonda le radici fin dagli anni Novanta, quando il capo indiscusso di Cosa Nostra in provincia era Salvatore Fragapane. A distanza di un anno e mezzo dalla maxi operazione "Gallodoro", che il 31 gennaio del 2019 fece scattare diciassette misure cautelari, eseguite dal Ros, il processo entra nel vivo. Ieri mattina, davanti al gup di Caltanissetta, è stato conferito l'incarico al perito Luigi Gagliano che dovrà eseguire una comparazione di voci in alcune conversazioni.

Questo perchè uno degli imputati - Francesco Pollara, 40 anni, palermitano - contesta la circostanza che la voce, intercettata in un summit di mafia, sia la sua. Ventuno gli imputati di cui nove agrigentini coinvolti nell'ambito del segmento investigativo sul traffico di cocaina contiguo alle cosche. Si tratta di si tratta di Domenico Avarello, 39 anni, di Canicattì; Filippo Cacciatore, 56 anni, di Cammarata; Carmelo Conti, 46 anni, di Casteltermini; Vito De Maria, 59 anni, di Cammarata; Antonino Lattuca, 38 anni, di Agrigento; Domenico Mangiapane, 40 anni, di Cammarata; Maurizio Matraxia, 53 anni, di San Giovanni Gemini; Salvatore Puma, 42 anni, di Racalmuto e Giovanni Valenti, 45 anni, di Favara. I difensori (gli avvocati Diego Giarratana, Salvatore Re, Gianfranco Pilato, Massimo Scozzari, Vincenzo Infranco, Carmelo Nocera, Antonio Pecoraro e Giuseppe Barba) hanno formalizzato da tempo la strategia processuale: tutti, ad eccezione di Puma, saranno giudicati col rito abbreviato. Ieri il processo è proseguito per l'audizione di tre imputati che ne avevano fatto richiesta. 

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L'inchiesta, fra le altre cose, avrebbe svelato movente e responsabili dell'omicidio di Gaetano Falcone, ucciso a Montedoro (Caltanissetta) il 13 giugno del 1998. Tanti anni dopo sono arrivate le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Maurizio Carrubba, di Campofranco, che nel 2011 ha iniziato a raccontare la sua verità sulla famiglia della quale avrebbe fatto parte tanto da avere un ruolo nell'omicidio essendo stato uno dei sicari. Fedelissimo di Binnu Provenzano, aveva collegamenti con le "famiglie" di Cosa nostra di Caltanissetta e Agrigento. 

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