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Mercoledì, 21 Febbraio 2024
Mafia

Malato e al 41 bis, il boss Messina Denaro non si pente e rifiuta di collaborare con la giustizia

All'ex superlatitante la Procura contesta nuovi reati, come quello di sostituzione di persona perché ha usato l'identità del geometra Andrea Bonfede e di detenzione abusiva di arma, in relazione al revolver ritrovato nel suo ultimo covo. Dopo un mese di "carcere duro", lontano dagli agi a cui era abituato, resta un irriducibile

Ha risposto alle domande, ma non ha alcuna intenzione di pentirsi e di collaborare con la giustizia. Una scelta abbastanza prevedibile, quella del boss Matteo Messina Denaro che ieri per un'ora è stato interrogato dai magistrati che hanno messo a segno la sua cattura, dopo 30 anni di latitanza, il procuratore Maurizio De Lucia e l'aggiunto Paolo Guido. Un mese trascorso al 41 bis, senza gli agi e le comodità a cui era abituato, non ha dunque scalfito l'ultimo - a questo punto irriducibile - dei Corleonesi.

Come anticipato da PalermoToday, al mafioso - che sta scontando condanne ormai definitive da tempo ed è imputato in due processi, uno a Palermo per estorsione e un altro in appello a Caltanissetta, in quanto mandante delle stragi - vengono mosse nuove accuse. Reati individuati in questo primo mese di accertamenti dopo il suo arresto, come quello di sostituzione di persona, visto che ha utilizzato l'identità e le generalità del geometra di Campobello di Mazara, Andrea Bonfede, non solo per farsi curare ma anche per comprare il suo ultimo covo, in vicolo San Vito, e due macchine, ma pure quello di detenzione abusiva di arma. Proprio nell'ultima abitazione di Messina Denaro, infatti, è stato ritrovato un revolver Smith & Wesson, calibro 38 special, con matricola abrasa e 5 cartucce, oltre ad un contenitore con altri venti proiettili dello stesso tipo.

Alla Procura, che coordina l'inchiesta del Ros dei carabinieri sui fiancheggiatori del capomafia di Castelvetrano, queste nuove contestazioni hanno consentito di fissare l'interrogatorio che si è svolto nel carcere di massima sicurezza de L'Aquila, dove Messina Denaro e riceve anche le cure oncologiche di cui ha bisogno. Ma ai magistrati quasi certamente non interessava parlare degli ultimi mesi, quanto piuttosto degli ultimi 30 anni. Un capitolo lunghissimo, fatto di complicità e misteri, che forse però non è stato neppure aperto ieri.

Visto che il faccia a faccia, al quale ha preso parte anche l'avvocato del boss, Lorenza Guttadauro (che è pure sua nipote) è durato appena un'ora, segno che - per quanto non si sia avvalso della facoltà di non rispondere - Messina Denaro avrà fornito risposte certamente non esaustive. Non avrebbe mostrato né segni di pentimento né tanto meno la volontà di collaborare con la giustizia, come ben si addice a un appartenente a Cosa nostra del suo calibro.

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