Mafia

Pensionato ucciso perchè molestava le donne, nuova ordinanza in carcere per i tre indagati

Il gip del tribunale di Agrigento, dopo che è stata esclusa l'aggravante mafiosa, ha emesso un secondo provvedimento

Il funerale di Pasquale Mangione; in alto da sinistra gli indagati Antonino Mangione, Lampasona e D'Antona; a destra la vittima

Cade l'aggravante dell'avere agevolato la mafia e il gip Luisa Turco emette una nuova ordinanza cautelare. L'inchiesta sull'omicidio del pensionato di Raffadali, Pasquale Mangione, ucciso il 2 dicembre del 2011 a colpi di pistola e con il calcio della stessa arma, supera anche il vaglio del tribunale di Agrigento dopo che il gip di Palermo, Antonella Consiglio, pur emettendo il provvedimento, aveva escluso l'aggravante dichiarandosi "incompetente per materia e territorio".

In carcere, lo scorso 11 settembre, sono finiti Roberto Lampasona, 43 anni, di Santa Elisabetta, Antonino Mangione, 40 anni, di Raffadali e Angelo D'Antona, 35 anni, anch'egli di Raffadali. A tirarli in ballo è stato lo stesso Antonino Mangione, che ha raccontato, due anni fa, dopo essere entrato in contrasto col boss Antonio Massimino e deciso di collaborare, di avere organizzato l'omicidio del sessantanovenne, su incarico di uno dei figli della vittima - Francesco Mangione - che aveva deciso di farlo eliminare perchè andava in giro a disturbare donne sposate. L'omicidio è avvenuto in contrada Modaccamo, strada di campagna fra Raffadali e Cianciana.

L'ordinanza di custodia cautelare è stata eseguita dai poliziotti della squadra mobile di Agrigento, diretta da Giovanni Minardi. D'Antona è stato rintracciato, dopo alcune ore di ricerche, in Germania ed è ancora in attesa dell'estradizione. Indagati a piede libero anche lo stesso Francesco Mangione, imprenditore di Raffadali, e il presunto boss quarantenne Francesco Fragapane, di Santa Elisabetta, condannato a 20 anni di carcere nell'ambito del processo "Montagna" con l'accusa di avere diretto il nuovo mandamento mafioso seguendo le orme del padre Salvatore.

Antonino Mangione, che non è un collaboratore di giustizia, racconta che Lampasona avrebbe chiesto al boss l'autorizzazione all'omicidio, che fu data in quanto la vittima non faceva parte di Cosa Nostra. Il delitto, messo a segno con qualche difficoltà perchè l'arma si sarebbe inceppata, sarebbe stato materialmente eseguito da Lampasona e D'Antona nella casa di campagna della vittima che, nei giorni precedenti, era stata pedinata. Mangione, dopo essere stato ferito all'addome, sarebbe riuscito a fuggire venendo poi colpito alla testa col calcio della pistola. La vicenda, adesso, approderà al tribunale del riesame.

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