Mafia e racket dei funerali, il perito chiarisce il "giallo" dell'intercettazione

La difesa aveva sollevato un dubbio legato all'utilizzo della conversazione fra il boss Rosario Meli e il tabaccaio Vincenzo Piombo: "Usata per sbaglio"

Gli imputati del processo Vultur

"Quella conversazione non è stata ancora trascritta negli atti del dibattimento". Il perito Giovanni Fontana fa chiarezza sull'intercettazione, usata dai giudici per condannare gli imputati ma, in realtà, presa in considerazione forse per sbaglio in quanto agli atti dell'ordinanza cautelare.

I giudici della Corte di appello, quindi, hanno dato incarico di trascriverla e tornare in aula il 16 giugno per riferirne i contenuti. Oggetto della questione è una telefonata fra il boss Rosario Meli e il presunto cassiere della famiglia di Camastra, Vincenzo Piombo, in cui si parlerebbe proprio di spartizione di soldi: secondo quanto ha spiegato ieri il perito non era stata versata agli atti del dibattimento ma è stata utilizzata per sbaglio dai giudici di primo grado. La richiesta di chiarimento sul punto, presentata alla scorsa udienza dall'avvocato Santo Lucia, difensore di Meli, aveva allungato i tempi e fatto slittare la requisitoria del processo scaturito dall'inchiesta antimafia "Vultur" che ha fatto luce sui presunti componenti delle famiglie di Camastra e Canicattì.

I difensori (fanno parte del collegio difensivo pure gli avvocati Angela Porcello, Raffaele Bonsignore, Giuseppe Barba, Antonino Reina, Vincenzo Domenico D’Ascola e Lillo Fiorello) chiedono adesso di potere conoscere il contenuto preciso e chiarire eventuali dubbi.

I giudici del tribunale di Agrigento, in primo grado, il 22 novembre del 2018, hanno inflitto 17 anni e 6 mesi di reclusione a Rosario Meli, 70 anni, ritenuto il capo della famiglia di Camastra; 14 anni e 6 mesi al figlio Vincenzo, accusato di avere gestito gli affari della famiglia di Cosa Nostra in paese e 13 anni e 6 mesi al tabaccaio di Camastra Calogero Piombo, 67 anni, ritenuto il "cassiere" della cosca. Ventidue anni, in continuazione con altre due condanne precedenti, sono stati inflitti, infine, a Calogero Di Caro, 72 anni, vecchio boss di Canicattì, tornato a gestire le attività mafiose - secondo quanto ha accertato il processo - dopo avere scontato una precedente condanna. 

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