Venerdì, 19 Luglio 2024
Mafia Canicattì

Il Cga: "Figlio e nipote di presunti mafiosi può fare il vigile urbano"

Il campobellese Carmelo Collana, adesso cinquantacinquenne, tredici anni fa si era visto negare dalla Prefettura la qualifica di "agente di pubblica sicurezza"

Tredici anni fa vinse il concorso per vigile urbano al Comune di Canicattì ma la Prefettura non gli rilasciò la qualifica di "agente di pubblica sicurezza" perchè il padre e lo zio, anche se deceduti, erano ritenuti vicini alla mafia.

Al culmine di una complessa vicenda giudiziaria, che nel 2012 ha coinvolto anche la Corte costituzionale in un giudizio di legittimità promosso dal Tar Sicilia, il cinquantacinquenne Carmelo Collana ha ottenuto dal Consiglio di giustizia amministrativa il diritto a ottenere la qualifica che gli consentirà di prestare servizio come agente di polizia municipale di Canicattì.

Collana, assistito nel giudizio amministrativo dall'avvocato Girolamo Rubino, nel 2005 aveva vinto un concorso per vigile urbano ma la Prefettura gli negò la qualifica di agente di pubblica sicurezza formalmente chiesta dal sindaco.  

Due i motivi principali che stavano alla base del diniego: la prima relativa al suo «ambito parentale» (essendo il padre e lo zio sospettati di appartenenza ad una organizzazione mafiosa ed essendo stato il fratello condannato per spaccio di sostanze stupefacenti); la seconda faceva riferimento a presunte frequentazioni con persone dedite allo spaccio e legate alla criminalità comune e organizzata. 

Rubino, davanti ai giudici del Consiglio di giustizia amministrativa, dove la vicenda è approdata dopo un lungo iter, ha lamentato "la violazione e la falsa applicazione della normativa di riferimento". In particolare ha censurato il provvedimento di diniego, citando giurisprudenza del Consiglio di Stato, secondo cui "l'attribuzione delle funzioni di agente di pubblica sicurezza è subordinata al mero accertamento della sussistenza dei requisiti tassativamente indicati dalla legge".

In particolare: godimento dei diritti civili e politici, non avere subito condanna a pena detentiva per delitto non colposo o non essere stato sottoposto a misura di prevenzione, non essere stato espulso dalle forze armate o dai corpi militarmente organizzati o destituito dai pubblici uffici. "Ne consegue - ha sostenuto Rubino - che, ogni qual volta il soggetto sia in possesso di questi requisiti, il prefetto è tenuto a conferire all'interessato la qualifica di agente di pubblica sicurezza, non avendo alcun potere discrezionale".

Si sono costituiti in giudizio sia l'Ufficio territoriale del governo che i ministero dell'Interno, entrambi rappresentati e difesi dall'avvocatura distrettuale dello Stato di Palermo, per chiedere il rigetto del ricorso, sottolineando "la gravità delle notizie acquisite relative all'appartenenza del ricorrente a una famiglia i cui componenti sono sospettati di appartenere ad organizzazione mafiosa".

Il Consiglio di Giustizia amministrativa per la Regione Siciliana in sede giurisdizionale, condividendo integralmente la censura formulata dall'avvocato Rubino, nel senso di ritenere tassativa l'elencazione della cause di esclusione dalla qualifica di agente di pubblica sicurezza normativamente prevista, con esclusione di qualsiasi margine di discrezionalità, ha accolto il ricorso annullando il provvedimento impugnato.

Di conseguenza, per effetto della sentenza del Cga, Collana, che nel frattempo ha lavorato al Comune di Canicattì con altre mansioni, avrà diritto al riconoscimento retroattivo della qualifica di agente, a far data dalla domanda, con i relativi benefici economici. Il legale spiega anche "che potrà avanzare richiesta di indennizzo ai sensi della legge Pinto, per l'eccessiva durata del giudizio, protrattosi complessivamente per oltre undici anni, in violazione dei principi sanciti dalla Corte europea dei diritti dell'uomo".

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