Preso con armi clandestine insieme allo zio, vivandiere del boss resta in carcere

Il tribunale del riesame conferma il no ai domiciliari, fissato il processo di appello per Calogero e Carmelo Bellavia

Calogero Bellavia

Calogero Bellavia, il ventisettenne finito in carcere il 13 giugno del 2017 con l'accusa di detenzione e porto illegale di arma clandestina, resta in cella. Il tribunale del riesame ha confermato la decisione della Corte di appello di Palermo alla quale si era rivolto il difensore del favarese, l’avvocato Salvatore Pennica, per chiedere un’attenuazione della misura cautelare e, in particolare, gli arresti domiciliari col braccialetto elettronico.

Intanto il processo di appello, nel quale è imputato anche Antonio Bellavia, 44 anni, parente del giovane, è stato già fissato: il verdetto del gup di Agrigento, Stefano Zammuto, sarà discusso il 28 febbraio. Il giudice, lo scorso 17 aprile, gli ha inflitto tre anni e due mesi di reclusione ciascuno disponendo, inoltre, la trasmissione degli atti alla Procura della Repubblica per il più grande degli imputati che, accollandosi il possesso delle armi, ha implicitamente accusato i carabinieri di avere redatto un falso verbale. I due Bellavia sono stati condannati per il possesso delle due pistole illegali trovate nella loro auto durante il controllo. 

Calogero Bellavia, all'epoca diciannovenne, fu l'ultimo "vivandiere" del boss Gerlandino Messina: le teste di cuoio, su indicazione dei servizi, arrivarono al latitante seguendo il giovane che gli portava i pasti.

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