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Mercoledì, 19 Giugno 2024
Tradizioni e modernità

Prima la processione, poi la “fuga” nelle case per la pasta con le sarde: rigorosamente da fotografare prima di mangiarla

Sui social tantissimi post con le immagini del tipico piatto del Venerdì Santo, perché “condividere” è importante quanto gustare

Questa mattina erano migliaia i cittadini che hanno vissuto la processione mattutina del Venerdì Santo senza pensare a mascherine e restrizioni da pandemia. Ma la folla, prima che il corteo raggiungesse la cattedrale di San Gerlando per la cerimonia di deposizione del Cristo dalla Croce, si è lentamente diradata perché l’ora di pranzo era sempre più impellente e a tavola c’era la pasta con le sarde.

Un piatto “povero” per evitare di mangiare carne. Piatto che tanto povero non è, se ci riflettiamo un attimo, perché la cura e la scelta degli ingredienti è tutt’altro che dozzinale. Sarde sì, ma anche finocchietto selvatico, uva passa, pinoli. Alcuni aggiungono pure un pizzico di cipolla prima di completare con l’immancabile pangrattato. Insomma una ricetta che uno chef pluristellato non esiterebbe un attimo a declinare in chiave moderna, come del resto impongono le ultime tendenze culinarie: rielaborare i “piatti della nonna” per renderli attuali e appetibili a chi cerca sapori antichi da riscoprire.

Ed è proprio la sarda l’elemento fondamentale nella tavola del pranzo del Venerdì Santo: protagonista su più fronti dato che monopolizza anche la seconda portata, ovvero le “sarde a beccafico”. Il nome deriva proprio dai “beccafico”, gli uccellini che anticamente venivano consumati solo dai nobili. Il popolo cercava di non essere da meno, di imitare i benestanti in qualche modo, ma ovviamente con quello che si aveva a disposizione. Quindi con melanzane, carne e, appunto, le sarde. Anche in questo caso si gusta una miscela gradevolmente dolce con pangrattato, pinoli e uvetta. Praticamente la prosecuzione naturale della pasta servita poco prima.

Sarde a beccafico

Abitudini e tradizioni assolutamente intatte che però non rimangono immuni a quei social ormai onnipresenti. Smartphone alla mano, ecco la consueta raffica di foto che ritraggono i piatti ancora intatti e caldi. Social che ci condizionano ma non ce ne rendiamo conto, a tal punto da rendere obbligatorio mostrare agli altri cosa stiamo facendo, cosa stiamo mangiando: far credere di trovarsi davanti ad un fatto eccezionale quando invece è la cosa più semplice e normale.

”Perché - come diceva una canzone di qualche anno fa - è più importante condividerlo che viverlo”.

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