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Cronaca

Terremoto del Belice, la toccante testimonianza di una empedoclina: "Siamo stati miracolati"

La donna scampata alla distruzione provocata dal sisma aveva 22 anni ed era madre di un piccino di 3 mesi. Le sue parole: "In mezzo alle macerie mi arrampicai fra i detriti e i massi per arrivare a prendere un piede della culla del mio bambino ..."

"Ogni anno, il 14 gennaio, piango al ricordo di quel terremoto che rase al suolo la mia casa e le mie speranze di giovanissima sposa. Mio marito, giovane di soli 27 anni ed io ragazzina di soli 22, avevamo un bimbo di tre mesi e avevamo trasferito in quella casetta di Salaparuta tutti i nostri sogni, insieme ai nostri averi fatti con piccoli e grossi sacrifici per mettere su casa in quel paese che non era il nostro, e dove abitavamo da appena un anno. Quel paese che nascondeva, al nostro arrivo, un triste destino, ma dove noi arrivammo con l'entusiasmo proprio della nostra giovane età. Mio marito era stato assunto alle Imposte di consumo, ex Dazio, io avevo voluto seguirlo, lasciando la mia famiglia a Porto Empedocle, ci salvammo dal terremoto per una mia febbre a 40 gradi che, dopo le feste di Natale, mi aveva trattenuta a casa di mia madre, febbre che io non avevo mai avuta e che non ebbi mai più.

Ci siamo sempre sentiti miracolati, perché mio marito era tornato a prenderci, dopo essere stato al suo posto di lavoro, proprio il 14 e saremmo dovuti ritornare a casa nostra, a Salaparuta, proprio la domenica 15. La notte le scosse hanno distrutto la nostra casa, mio figlio perse anche la sua culletta e fu per sempre un terremotato. Ritornammo a vedere le rovine di casa nostra, passammo fra le macerie della casa dove avevamo abitato. I carabinieri, al centro di raccolta, volevano che io scegliessi fra gli oggetti ritrovati, le nostre cose, gioielli, roba di corredo, suppellettili che erano stati regali delle nostre nozze, ma io non riconobbi niente che mi appartenesse e..si arrabbiò pure un mio cognato che era venuto con noi: 'Ma come, mi disse, non prendi niente? Hai perso tutto'. Ma io non riconoscevo nulla che fosse mio.

Sotto la mia casa, in mezzo alle macerie, mi arrampicai fra i detriti e i massi per arrivare a prendere un piede della culla del mio bambino. Scivolai, trovai un libro che era mio, lo raccolsi, insieme a quel piede di culla, e ancora quel mio volume conserva le macerie fra le sue pagine. L'ho donato a mio figlio, ora cinquantenne anche lui, fatti in ottobre, e lui conserva quel libro come il ricordo sacro del "suo " terremoto. Per la cronaca, il libro era La Gerusalemme liberata di Torquato Tasso, e a mio figlio ha portato tanta fortuna.

E' la mia una testimonianza che ricostruire si può, dopo un'esperienza del genere, c'era tanta volontà del Signore perché noi conservassimo la vita, per donarla ad altri figli, oggi siamo circondati da ben 4 figli e diciamo sempre che, un giorno, siamo stati miracolati. Ma è anche la testimonianza di come, allora, nulla si facesse per chi aveva subito un evento del genere. Non abbiamo avuto la solidarietà che oggi circonda chi vive queste catastrofi, c'era insensibilità e tu dovevi cercare di non parlarne, altrimenti ti pesava il pietismo delle persone, la commiserazione di chi ti circondava, l'elemosina che ti fece lo Stato con le 500 mila lire con cui dovevi rifarti la vita, noi, tre persone con un bimbo piccolo. Ma pazienza, ci rincuora che l'animo umano è migliorato e a noi basta essere rimasti in vita".

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