Tangenti in cambio di finanziamenti agevolati, intercettazioni a rischio

La Cassazione ha messo un freno all'uso, la difesa solleva il caso: processo a rischio

La sede dell'Irfis

La Cassazione ha messo un freno all’uso delle intercettazioni “a strascico” da un procedimento all’altro e il processo a carico di diciassette imputati dell'inchiesta "Giano Bifronte", che ipotizza un giro di tangenti in cambio della concessione di prestiti a tasso agevolato da parte dell'Irfis, istituto di credito di cui la Regione è unico azionista, rischia di restare "azzoppato".

I giudici della prima sezione penale del tribunale di Agrigento, presieduta da Alfonso Malato, che già, nelle scorse settimane hanno recepito questo principio in un caso analogo, hanno, quindi, ordinato al pubblico ministero Alessandra Russo di produrre tutti i decreti di autorizzazione delle intercettazioni per potere accertare se, come sostenuto dalla difesa - in particolare dagli avvocati Francesco Gibilaro, Antonino Gaziano e Giuseppe Barba - si tratta delle stesse intercettazioni disposte nell'ambito dei processi "Duty free", su un giro di tangenti all'Agenzia delle Entrate, e sui presunti brogli legati alla realizzazione del porticciolo turistico di Licata.

L’inchiesta ruota attorno a due personaggi chiave: il funzionario dell'istituto Paolo Minafò, 53 anni, palermitano, e il consulente del lavoro Antonio Vetro, 48 anni, di Favara. Entrambi erano finiti in carcere il 21 giugno del 2017, giorno dell'operazione, eseguita dalla Guardia di Finanza. Vetro, secondo l’accusa, avrebbe ideato un sistema corruttivo che si serviva della società di consulenza Intersystem srl di cui lui era amministratore e Minafò sarebbe stato socio occulto.

Le tangenti, necessarie perché in caso contrario la richiesta di finanziamento sarebbe stata bloccata con un pretesto oppure scavalcata dalle altre che erano state presentate dagli imprenditori che avevano pagato la “bustarella”, sarebbero state mascherate con delle consulenze all'Intersystem.

Nella lista degli imputati ci sono altri quindici imprenditori - soci di piccole attività che operano in svariati settori - accusati di avere corrotto Minafò attraverso Vetro. Si tratta di Angelo Incorvaia, 54 anni; Valerio Peritore, 50 anni; Luigi Di Natali, 67 anni; Giovambattista Bruna, 68 anni; Vincenzo Scalise, 41 anni; Pietro Carusotto, 61 anni; Patrizia Michela Cristofalo, 42 ann; Nicola Galizzi, 50 anni; Ettore Calamaio, 55 anni; Calogero Messana, 43 anni; Antonio Milioti, 41 anni; Sebastiano Caizza, 39 anni; Angelo Sanfilippo, 61 anni; Calogero Curto Pelle, 61 anni; e Gerlando Raimondo Lorenzano, 55 anni, di Aragona.

Il 28 gennaio si torna in aula: il pubblico ministero, come disposto con l’ordinanza dei giudici, produrrà tutti i decreti autorizzativi entro il 31 dicembre. Se dovesse essere accolta la richiesta della difesa, che si poggia sul nuovo pronunciamento della Cassazione, il processo rischia di perdere la principale fonte di prova. 

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