Stalking a sfondo sessuale a dipendente, collega della vittima in aula: "Viveva nel terrore"

La donna accusa l'ex direttore della Biblioteca Pirandelliana, Vincenzo Caruso: "Voleva essere accompagnata se si alzava dalla scrivania". In aula anche un sindacalista: "Gli chiesi di darsi una calmata, lo fece solo per un periodo"

Il tribunale di Agrigento

"Mi ha chiesto di intervenire in maniera informale per provare a porre un freno alla sua attività di continua persecuzione e, in effetti, dopo che mi occupai della questione ci fu un'attenuazione dei problemi per un paio di mesi. Gli dissi di piantarla e, in effetti, credevo di esserci riuscito".

Pippo Alvaro, sindacalista del Cobas, ha raccontato così in aula l'attività persecutoria che, a suo dire, l'ex direttore della Biblioteca Pirandelliana ed ex sovrintendente Vincenzo Caruso, avrebbe compiuto ai danni di una dipendente che lo ha denunciato e fatto finire a processo per un'accusa di stalking a sfondo sessuale.

Alvaro, ieri mattina, concludendo la sua deposizione al processo, che si sta celebrando davanti al giudice Manfredi Coffari, ha raccontato pure di alcune rappresaglie che la donna avrebbe subito di fronte al rifiuto delle sue avance a sfondo sessuale. La vicenda muove i suoi primi passi nel 2011. La donna, esasperata dalle attenzioni del direttore che, secondo il suo racconto, avrebbe avuto atteggiamenti provocatori sul posto di lavoro finalizzati ad avere rapporti sessuali, decide - prima ancora di chiedere l'intervento della magistratura - di rivolgersi al Cobas.

"Decisi di andargli a parlare e fargli presente - ha raccontato Alvaro - che l'impiegata si lamentava dei suoi comportamenti e che rischiava di essere denunciato". Caruso, difeso dagli avvocati Vincenzo Caponnetto e Walter Tesauro, in un primo momento era indagato pure per concussione: il dirigente, secondo il racconto della donna, avrebbe vendicato il "no" alle sue avances con atti amministrativi ritorsivi come il rifiuto di concederle i permessi ai sensi della cosiddetta "legge 104" per assistere il padre ammalato o delle contestazioni pretestuose come, ad esempio, in occasione di una pausa caffè con una collega.

"Era una prassi consentita a tutti - ha precisato ieri il sindacalista rispondendo all'avvocato Tesauro -, ma a lei decise di contestarlo rimproverandola aspramente davanti a tutti" Nel 2015 la donna decise di denunciare Caruso e la vicenda è approdata in aula negli anni successivi con l'imputazione coatta per l'accusa di stalking e l'archiviazione per quella di concussione. 

Sempre ieri mattina è stata ascoltata una collega della presunta vittima - Anna Maria Savarino - che ha raccolto diverse confidenze della donna e avrebbe assistito ad alcuni episodi al centro del processo. "Quando si doveva alzare dalla scrivania per andare in un'altra stanza - ha spiegato la donna - rispondendo al pm Manuela Sajeva e all'avvocato di parte civile Giuseppe Arnone - chiedeva di essere accompagnata perchè era terrorizzata di poterlo incontrare".


 

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