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Lunedì, 16 Maggio 2022
Cronaca

Malattia mortale del sangue scambiata per problemi psichiatrici? Reato prescritto per cinque medici

La donna - Giuseppina Scicolone - è deceduta a 53 anni nel 2013 per una patologia nota come granulomatosi di Wegener. Secondo lo stesso pm, che ne aveva chiesto l'assoluzione, i sanitari non avevano alcuna responsabilità

Malattia del sangue scambiata per problemi psichiatrici? Il giudice monocratico Wilma Angela Mazzara ha dichiarato la prescrizione delle accuse per cinque medici dell’ospedale San Giovanni di Dio accusati di omicidio colposo in seguito alle denunce dei familiari di una donna - Giuseppina Scicolone, 53 anni - morta il 10 aprile del 2013.

I sintomi riferiti ai medici dell’ospedale e le perdite di sangue dalla bocca, secondo quanto veniva ipotizzato, sarebbero stati evidenti e portavano alla diagnosi di granulomatosi di Wegener. Sarebbe stato sufficiente, sempre secondo le imputazioni iniziali, avviare un trattamento per avere “una remissione totale” e, invece, la donna venne mandata in psichiatria perché si pensava che soffrisse di una malattia immaginaria.

Il rinvio a giudizio era stato disposto per Antonio Granata, 65 anni; Rosalia Viviana Scarfia, 41 anni; Monica Insalaco, 40 anni; Vittoria De Santis, 57 anni, e Mario Moscato, 50 anni. Granata, all'epoca dei fatti, era il dirigente del reparto di Nefrologia, Scarfia e Insalaco erano medici in servizio nella stessa divisione.

De Santis e Moscato, invece, sempre all’epoca dei fatti, erano in servizio al pronto soccorso. Ai tre medici del reparto di nefrologia veniva contestato di avere provocato la morte della donna perché “con negligenza e imperizia inescusabili” non avrebbero diagnosticato la malattia della donna trascurando una serie di sintomi tipici.

Il 4 aprile del 2013, quando la cinquantenne si presentò in ospedale, venne disposta soltanto una trasfusione e, addirittura, una visita psichiatrica perché si ritenne che soffrisse di “alterazione psicologica da malattia immaginaria”.

La donna, addirittura, anziché venire curata fu dimessa. Ai medici del pronto soccorso veniva contestato di avere sottovalutato i gravi sintomi e averla qualificata come semplice “codice verde”, previsto per casi di lievissima entità che non richiedono alcuna urgenza, nonostante avesse perdite ematiche dalla bocca “non ponendo in essere nessuna adeguata malattia”. La donna, sei giorni dopo le dimissioni, morì.

Secondo il pubblico ministero Elenia Manno, tuttavia, non c'era stato alcun nesso fra la condotta dei medici e la morte della donna. Alla richiesta di assoluzione si erano associati i difensori - gli avvocati Giusy Katiuscia Amato e Giuseppe Scozzari - che hanno ribadito negli anni la correttezza dell'operato dei sanitari fin da quando l'inchiesta è stata sul punto di essere archiviata. 

Il giudice, tuttavia, ha emesso una sentenza con la quale dichiara la prescrizione dei reati ovvero non entra nel merito della questione ma si limita a prendere atto che il reato non è più punibile. 

Secondo il medico legale Livio Milone, consulente della procura generale che aveva chiesto l'archiviazione del caso ritenendo che non dovesse neppure arrivare a processo, la granulomatosi di Wegener sarebbe stata estremamente complessa da diagnosticare in base ai protocolli in vigore. 

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