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Lunedì, 27 Maggio 2024
Beni culturali

L'incendio nella chiesa del convento Santa Maria di Gesù di Palermo, distrutti i resti di Matteo vescovo di Girgenti

Si sono salvati solo alcuni frammenti ossei dei resti di San Benedetto il Moro, co patrono di Palermo

L'incendio che ha colpito, ieri, la chiesa del convento di Santa Maria di Gesù di Palermo ha distrutto i resti del beato Matteo di Agrigento. 

VIDEO | A fuoco la chiesa del convento di Santa Maria di Gesù

Si sono salvati solo alcuni frammenti ossei dei resti di San Benedetto il Moro, co patrono di Palermo. Le spoglie praticamente integre erano conservate in una teca nella chiesa del convento. Un gruppo di volontari e i frati hanno cercato di recuperare quel che rimaneva di San Benedetto e hanno portato le parti più importanti nella chiesa di Terrasanta. Pochissime invece le ossa del beato Matteo di Agrigento, pure conservate in chiesa, che sono state recuperate. 

La chiesa è inagibile, col tetto crollato. L'edificio dei frati Riformati è un monumento che risale al XV secolo e quei luoghi sono conosciuti anche perché lì vi morì San Benedetto il Moro nel 1589.

Nella chiesa era sepolto anche Matteo Guimerà, noto anche come Matteo Cimarra o Matteo d'Agrigento (Agrigento, 1376/1377 – Palermo, 7 gennaio 1450), che è stato animatore e propagatore del movimento di riforma dell'Osservanza francescana in Sicilia e vescovo di Agrigento dal 1442 al 1445. Fu beatificato per equipollenza da papa Clemente XIII nel 1767.

Nato ad Agrigento dalla famiglia spagnola dei Guimerà, abbracciò la vita religiosa e, secondo alcuni agiografi, fu inviato a Bologna per gli studi teologici che coronò a Barcellona dove probabilmente conseguì il titolo di Magister, e fu ordinato sacerdote nel 1400. Per intervento di Alfonso il Magnanimo, nel 1442 fu eletto vescovo di Girgenti. Il 17 settembre 1442 fu nominato vescovo di Agrigento da papa Eugenio IV e venne consacrato il 30 giugno 1443 nella chiesa Madre di Sciacca da Giovanni De Rosa, vescovo di Mazara del Vallo.

Per la sua generosità verso i poveri venne accusato presso la Santa Sede di dilapidare i beni della Chiesa. Secondo varie testimonianze, rinunciò a tutti i proventi ecclesiastici in favore dei poveri, riservandosi soltanto lo stretto necessario per sé e per coloro che collaboravano con lui. Venne anche accusato di godere di una donna carnalmente, ma nel processo svoltosi alla corte pontificia si dimostrò l'innocenza del vescovo Matteo e il Papa lo assolse da ogni accusa e gli confermò la sua fiducia restituendogli la sede episcopale. Il suo governo continuò ad incontrare aspre opposizioni tra clero e aristocrazia locale. Infine si ammalò, lasciò la guida della diocesi e si ritirò a Palermo, dove morì il 7 gennaio 1450.

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