Covid, il dovere di informare scambiato per terrorismo

IL COMMENTO - Gli attacchi e le aggressioni ai cronisti che raccontano l'andamento dell'epidemia e che sviliscono il ruolo cruciale della stampa in una democrazia

Sappiamo ancora troppo poco sul Covid, ma possiamo dire certamente che è un virus subdolo e pericoloso, che con estrema facilità sta mettendo in ginocchio il pianeta. È inafferrabile e l'unico strumento che ci aiuta a conoscerlo, a capire come si muove e chi colpisce, sono i numeri. E a pensarci bene questo è un grande vantaggio: i numeri non sono opinioni, si possono confrontare e analizzare, ma alla fine sempre quelli restano. Sappiamo per esempio che se l'indice di contagio supera una certa soglia numerica e se la percentuale di positivi sui tamponi effettuati in un giorno raggiunge una certa grandezza c'è poco da discutere: le cose vanno male e i numeri - che diventano fatti incontrovertibili - lo documentano.

Dovere del giornalista è informare, cioè riportare e raccontare - dopo accurata verifica - proprio dei fatti. Al cronista non importa se questi fatti siano belli o brutti, ma solo se abbiano una rilevanza pubblica, se sono notizie. Ovvero se implicano delle conseguenze per i cittadini che hanno quindi il diritto - garantito dall'articolo 21 della Costituzione - di esserne informati.

Non è un caso che questo diritto sia tra quelli fondamentali della nostra Repubblica: solo sapendo e conoscendo ciò che accade infatti è possibile farsi un'opinione sulle cose e poi anche agire di conseguenza (scegliere chi votare, stabilire dove andare in vacanza, decidere di eliminare determinati alimenti dalla propria dieta ecc.). Il giornalista è per questo al servizio dei cittadini/lettori e non esita - sempre in nome dei principi costituzionali - a raccontare anche fatti spiacevoli, scomodi, complessi. Anzi, più sono tali e maggiormente esercita la sua funzione sociale e democratica. 

Da quando è iniziata la pandemia sempre più spesso però il giornalista viene accusato - solo perché riporta dei numeri che, lo ribadiamo, non sono opinioni - di "fare terrorismo". Di essere al servizio non dei lettori, ma di chissà quali misteriose entità, che lo pagano per diffondere falsità e fesserie. Per far paura alla gente e consentire a quelle entità di raggiungere non meglio precisati obiettivi economici e politici. 

Su questa testata (come su tante altre) i cronisti svolgono liberamente il loro lavoro, anche loro esposti ai rischi sanitari e anche loro pagando le conseguenze economiche della pandemia (l'editoria è un settore falcidiato che il virus non ha certo risparmiato). Non fanno gli interessi di nessuno se non dei lettori e quando diffondono una notizia è perché l'hanno verificata.

Se, come abbiamo fatto qualche giorno fa, spieghiamo l'esito di uno studio sul Covid compiuto da ricercatori dell'Università (quindi non da quattro invasati seduti al bar) e, ragionando sui numeri (non presi a caso, ma forniti dalla Protezione civile), scopriamo che in Sicilia l'epidemia si sta diffondendo più velocemente che in Campania - una delle regioni che più destano preoccupazione oggi - da cronisti abbiamo il dovere di dirlo. Non per spaventare i cittadini, ma piuttosto per consentire loro di avere degli elementi per comprendere la realtà in cui si trovano e dunque comportarsi di conseguenza. 

Col Covid comportarsi di conseguenza non significa poi fare chissà quali cose complicate, ma semplicemente rispettare regole elementari: indossare la mascherina, mantenere le distanze e lavarsi le mani. 

Il cittadino, vedendo che la curva si sposta verso l'alto, non deve quindi aver paura o prendersela col giornalista "servo del potere", addirittura aggredirlo come è successo sabato notte in piazza Indipendenza,ma essere invece responsabile, degno di vivere in una democrazia e fare la sua parte per il bene di tutti. 

Quell'informazione che a qualcuno può sembrare allarmante diventa quindi a ben guardare un'arma molto potente per difendersi, uno strumento per incidere sulla realtà e provare anche a cambiarla: se tutti rispettano le regole è facile ipotizzare infatti che il numero dei contagi possa diminuire. 

Ecco allora che al posto di insultare chi faticosamente cerca di informare, di utilizzare i numeri per arrivare a sostenere - è accaduto veramente in uno dei commenti su questo giornale - che tanto l'incidenza del Covid in Sicilia è "lo zero virgola sulla popolazione" e che alla fine ci sono stati "solo" (sic!) meno di 400 morti in 7 mesi, bisognerebbe fare lo sforzo di ragionare e di approfittare delle informazioni che vengono messe a disposizione di tutti. Non vedere complotti indimostrati ovunque, ma piuttosto ricordarsi delle bare trasportate l'inverno scorso dai militari a Bergamo. Non erano un'invenzione dei giornalisti pagati da entità astratte, ma morti veri. Come è anche vero che non tutti coloro che contraggono il virus finiscono in ospedale (lo dicono i numeri) ma pure che i nostri ospedali non sono comunque attrezzati per accogliere una massa di persone tutte malate contemporaneamente (lo dicono sempre i numeri). 

Mentre qualcuno si ostina a parlare di terrorismo e complotti, a sostenere che la mascherina è un bavaglio e le misure restrittive un attacco alla libertà, che la stampa è asservita e i giornalisti tutti pennivendoli, non si accorge che fa a meno di un diritto fondamentale: essere informato. Occorre essere terrorizzati dall'ignoranza, non certo dalla conoscenza. Perché sapere e capire sono virtù irrinunciabili in una democrazia.

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