Recupero dei luoghi culturali, "LiberArci" al Governo: «Salvate la villa romano-bizantina di Favara»

Il Circolo culturale "LiberArci" ha proposto di recuperare la Villa romano-bizantina di Favara e invita tutti a inviare una email entro oggi (ultimo giorno utile), a bellezza@governo.it

Nota - Questo comunicato è stato pubblicato integralmente come contributo esterno. Questo contenuto non è pertanto un articolo prodotto dalla redazione di AgrigentoNotizie

Per recuperare i luoghi culturali dimenticati il Governo mette a disposizione 150 milioni di euro. Per questo motivo, il Circolo culturale "LiberArci" ha proposto di recuperare la Villa romano-bizantina di Favara. Invitiamo tutti a inviare una email entro oggi (ultimo giornoutile), a bellezza@governo.it con scritto: "Vorrei che venisse recuperata la Villa romano-bizantina di Favara". Inoltre, le nostre associate, laureande in architettura, ViriaParisi, Ilenia Di Maria, Celeste Simone e Sabrina Mazzarisi si sono prodigate a scrivere una dettagliata relazione, al governo nazionale, nella speranza di convincere la commissione preposta a finanziare questo progetto che miraa rivalutare questo magnifico patrimonio storico della nostra città.

Di seguito vi riportiamo il progetto.

La Sicilia, essendo una Regione a statuto speciale possiede delle leggi proprie sulla tutela dei beni, ma queste spesso non vengono rispettare, infatti molti siti archeologici sono quasi del tutto abbandonati come la villa romana-bizantina di c.da Saraceno a Favara in provincia di Agrigento. Questo disinteresse manda in malora il tesoro inestimabile da cui si è generata la nostra civiltà. Oggi, la villa romana-bizantina di Favara, si trova in completo stato di abbandono, spesso addirittura meta dei pascoli. Pur essendo di grande valore storico-artistico non dispone di alcuna indicazione e all’interno del sito bisogna farsi strada tra le erbacce, i rifiuti e i reperti archeologici abbandonati. I vari resti sono divorati da segni evidenti degli agenti atmosferici e non vi è l’esistenza di un percorso ben chiaro da seguire per poter ripercorre al meglio la storia della villa. L’area archeologica della villa romana-bizantina è situata in una posizione dominante rispetto ad una vallata, dove anticamente si sviluppava la via Agrigentum-Catina, questa via era utile alla massae Philosophiana (la massae era una struttura attrezzata per accogliere e fornire tutto il necessario ai viaggiatori), dove si collocava la stazione romana meglio conosciuta come villa del Casale di Piazza Armerina. Dagli scavi condotti negli anni 1984-1985, 1989 e 1992 emergono fasi storiche di vita della villa romana fino alla trasformazione in casale arabo: - La struttura è nata in epoca romana, tra il II e gli inizi del IV sec. d. C., come villa residenziale. Essa possedeva uno schema a peristilio/cortile, con un complesso termale e mosaici bicromi, unitamente ad un giardino con vasche e annesso complesso agricolo - In epoca tardo-costantiniana la villa è stata ricostruita, ma successivamente distrutta, probabilmente a causa dei terremoti tra il 365 e 371 d. C. - La villa continua a vivere in epoca bizantina, dalla metà del VI sec. alla seconda metà del VII sec. d. C. circa. In questo periodo vengono realizzati pavimenti ad opus spicatum in cotto e costruita una chiesetta cristiana (di cui ancora oggi si osservano le strutture basamentali). - In età tardo-bizantina sono stati effettuati diversi aggiustamenti con battuto di terracotta ed impasto derivante da tegolame e paglia, in parte riutilizzato nella fase successiva. - Alla conquista araba e al periodo arabo-normanno, dalla seconda metà del IX al X sec. d. C., sono riferibili i reperti ceramici in sigillata africana e la distruzione da incendio, con relativi crolli. - L’ultima fase di vita della villa, ormai casale, è stata quella sveva, dall’XI al XIII sec. d. C., datata dalle monete e dalle ceramiche invetriate di Federico II. Da questo periodo il casale venne abbandonato. - Nella seconda metà del 1700 la famiglia Cafisi decise di fondare una villa suburbana sui resti storici del luogo. - L’ ultima famiglia, non nota, che ha ereditato la villa ha ottenuto “un fabbricato colonico detto Casina, composta di diversi vani a pian terreno ed al primo piano e sette case coloniche sparse nei vari appezzamenti di cui era composto il latifondo”. - Da qualche anno è proprietà del demanio regionale. Oggi nella zona più alta della montagna sono ancora visibili resti di insediamenti, fortificazioni e necropoli di varie epoche storiche, anche molto precedenti a quella romana. Solo valorizzando il patrimonio che ci contraddistingue come gioiello del sud Italia, possiamo avviare un progetto di sviluppo che divenga realmente nobile e redditizio. Un investimento nel progresso che non tuteli il passato, di sicuro, non è ne sensato ne sostenibile.

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