Viadotto "Akragas II" e strade rischio, gli ingegneri incontrano un esperto

L'Ordine si è confrontato con Giuseppe Mancini, ordinario di Tecnica delle costruzioni alla facoltà di Ingegneria del Politecnico di Torino, incaricato, tra l'altro, di valutare cause e modalità del crollo del ponte Morandi di Genova

Viadotto Morandi

“Costruiamo la nuova classe dirigente”, è stato questo il tema del congresso nazionale degli ingegneri conclusosi nei giorni scorsi e al quale ha partecipato una delegazione agrigentina. Un’occasione per confrontarsi, anche, sul ruolo degli Ordini territoriali e dei professionisti, che debbono avere il “coraggio – per mutuare una dichiarazione emersa durante il congresso - di dire alla politica quando sta sbagliando”. Proprio per fornire un contributo su questo tema, divenuto di strettissima attualità anche ad Agrigento, l’Ordine degli ingegneri ha ritenuto utile confrontarsi con il professor Giuseppe Mancini, ordinario di Tecnica delle costruzioni alla facoltà di Ingegneria del Politecnico di Torino e oggi uno dei massimi esperti in Italia, incaricato, tra l'altro, di valutare cause e modalità del crollo del ponte Morandi di Genova. 

L’approccio fornito dal professor Mancini è semplice e sistematico, ed è, precisa lo stesso accademico, il medesimo che si sta utilizzando nel resto d’Europa, dove si inizia a fare i conti con un patrimonio infrastrutturale che invecchia: in Francia esistono oggi 4mila grandi ponti a rischio secondo un recente studio che indica nel 2037 l’anno in cui questi potranno non essere più utilizzabili. “Le opere che sono state progettate per una vita utile dell’ordine dei cinquant’anni – spiega Mancini - hanno oggi bisogno di una valutazione generale sul loro stato. Non significa, però, che alla fine esse vadano buttate via ma, semplicemente, che bisogna valutarne il livello attuale di sicurezza e decidere se dargli altri 50 anni di vita con interventi mirati o abbatterli. Da ingegneri, tuttavia, dobbiamo lavorare con i numeri alla mano”.
In tal senso, Mancini segnala tre aspetti principali da studiare in modo da condurre valutazioni oggettive sulle variazioni dei requisiti prestazionali intervenuti tra il ‘65/’70, anni di costruzione di molte di queste opere, e il 2018.  “Quando mi chiedono se un’opera è sicura – spiega - la risposta è: sì, è sicura rispetto ai requisiti prestazionali che erano alla base della concessione, progettazione e costruzione al momento della realizzazione. Se nel frattempo sono cambiate le norme e le conoscenze, ovviamente, le opere vanno adeguate”. Innanzitutto, spiega il professore, bisogna procedere alla verifica della capacità portante per il carico di traffico attuale, superiore rispetto al passato. Poi ci sono altri due aspetti, entrambi connessi al mutamento delle conoscenze e delle normative. Il primo è il rispetto delle normative sismiche.

“Negli anni ’60 e ‘70 non si sapeva nulla di sismica – aggiunge Mancini -, quindi se analizziamo oggi quelle opere il risultato sarà che, invece di avere una probabilità di collasso del 10%, se ne ha una del 70/80% in caso di terremoto”. Segue, in conclusione, il tema della cosiddetta “robustezza”, “ fattore - dice Mancini - entrato nei codici italiani nel 2008”. Partendo da queste carenze, per così dire, di conoscenza, secondo il prof.Mancini, è possibile ragionare su ogni singola opera solo dopo aver condotto accurate e rigorose analisi di laboratorio. “Solo dopo aver acquisito adeguati dati diagnostici – conclude Mancini - si può avere un’idea di cosa fare dell’infrastruttura. Se non si hanno le risorse immediatamente si può procedere per stralci, partendo da pile, impalcato e appoggi nel contesto di un progetto che deve però essere coerente con quello complessivo. Ecco, in campo internazionale si lavora così: valutare bene, a freddo, quale è il livello di sicurezza ed agire di conseguenza”.

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