Guerriglia urbana in America, un poliziotto empedoclino in prima linea: "Contro di noi candeggina e molotov"

Gerlando Marchetta è un agente che, insieme ad altri colleghi, sta provando a contrastare l'ondata di violenza che sta macchiando gli Stati Uniti

Poliziotti in prima linea

L’America è in rivolta. La morte di  George Floyd avvenuta il 25 maggio scorso a Minneapolis, ha acceso le più efferate proteste. L’ondata di vandalismo sta mettendo in ginocchio New York. In prima linea, per provare a contenere gli esagitati, anche un poliziotto di Porto Empedocle, lui è Gerlando Marchetta. Coraggioso, ambizioso e dalle idee chiare. L’agente ha raccontato ad AgrigentoNotizie, i suoi giorni tra proteste e rabbia.   

"Tutto ha inizio con la morte di George Floyd - dice Gerlando ad AgrigentoNotizie. Premetto, che non si trova un poliziotto che perdona le azioni di tutti e quattro i poliziotti di Minneapolis. Derek Chuvan, il poliziotto che si e inchinato sul collo di Floyd, non si merita di avere la divisa. Ha avuto molte lamentele in passato. In 19 anni di servizio  ha avuto diversi conflitti a fuoco. Per quanto riguarda gli altri tre poliziotti, loro hanno sbagliato più del Derek. Il motivo? Non sono stati capaci di intervenire ad una situazione delicata". Gerlando Marchetta ha le idee chiare su quanto accaduto. 

"Io faccio parte della squadra speciale strategica, si chiama Srg (Strategic Response Group), questa squadra, e un’unità di rinforzo. Veniamo utilizzati per moltiplicare la presenza di polizia sulle zone rischio, questa è la missione giornaliera. Ma la Srg e anche addestrata a rispondere a situazioni tipo, sparatorie dentro le scuola o altri edifici simili. Siamo addestrati per essere ambulanzieri, tiratori scelti e  anti rivolta". 

I giorni della protesta

"Subito dopo la morte di Floyd - dice Gerlando Marchetta ad AgrigentoNotizie - sapevamo che le proteste sarebbero arrivate a New York, in quanto città multinazionale e multi socialista più grande del mondo. Il primo giorno, le proteste si sono svolte in maniera pacifica, qualche protestante ha deciso di bloccare il traffico, ma sono stati subito arrestati. Durante i giorni seguenti invece, qualcosa è cambiato. Si sono unite altre persone. La protesta, è diventata rivolta. Molta gente ha acceso l'odio contro i poliziotti. Alcuni protestanti l’hanno chiamata appunto guerra alla polizia.  Molti di loro, si sono muniti di mattonelle, bottiglie con candeggina e bombe molotov, mettendo a fuoco qualsiasi cosa abbia la scritta NYPD. Non c’è stato nulla da fare - dice Gerlando ad AgrigentoNotizie - da parte nostra altro che usare forza necessaria per fermare questi attacchi. Ci hanno chiamato razzisti, nazzisti, porci. Non solo, ho visto graffiti offensivi contro di noi. Io non chiamo la polizia vittima, perché vittima non lo siamo. Noi poliziotti sappiamo che non siamo amati da tutti, in fin dei conti noi abbiamo il potere di mandare in galera le persone. Ma quello che ci fa arrabbiare e che i mass media americani aspettano che la polizia si scontri con i protestanti per poi riprendere tutto. Le nostre reazioni, spesso, avvengono dopo il lancio di mattonelle e molotov. In questo modo non fanno altro che incitare odio, su una situazione già fragile di suo. Il saccheggio di negozi purtroppo è il risultato della rivolta.  Durante i primi giorni di proteste efferrate, soltanto la metà delle forze erano in servizio. Durante la crisi Covid 19, il dipartimento ha acconsentito alcuni poliziotti, quelli più a rischio a lavorare da casa. Le proteste non potevano iniziare in un momento peggiore. Il dipartimento ha risolto il problema rivolte con la revoca momentaria dei giorni liberi, e la revoca dei benefici Covid 19. Ci sono turni da 12 ore al giorno. La NYPD, con le forze a pieno, siamo riusciti a far tacere le rivolte. Anche con l’aiuto dell’Fbi che ha identificato gli esagitati. Ad oggi, proteste avvengono a New York tutti i giorni. I giorni liberi sono stati ristabiliti, ma i turni sono ancora di 12 ore. Dobbiamo far vedere non solo agli esagitati ma anche ai cittadini non protestanti che la NYPD non si ferma, lavoriamo sempre.  Dobbiamo continuare a fare il nostro, anche quando ci chiamano razzisti e nazzisti, perché alla fine la polizia e necessaria, e dobbiamo distinguere i buoni dai cattivi". 

Gerlando come stai vivendo questi giorni di guerriglia urbana?

Devo ammettere che non è facile. Ci sono state situazioni che mi hanno demoralizzato.  Non è facile sentirsi chiamare razzista, quando non lo sei, quando rispetti tutti e te ne freghi del colore della pelle, ma anche della religione nella quale credono. Molta gente vuole litigare con un poliziotto, anche ucciderlo, questo fa parte del lavoro. E' un rischio che tutti noi sappiamo di correre quando alziamo quella mano e giuriamo di proteggere i cittadini di New York. Dobbiamo far rispettare la legge, sappiamo che è un rischio tutti i giorni ogni volta che indossiamo la veste antiproiettili e la divisa. Tutti noi a fine turno ringraziamo il nostro Dio per averci tenuto in vita un altro giorno. Io ringrazio i miei nonni e Padre Pio ogni giorno. Per me e ancora più difficile, i miei genitori sono in Sicilia, mia moglie in Canada, altri colleghi tornano a casa abbracciano i loro figli e i loro cari, io questa opportunità non ce l'ho. Ecco perché per me e più difficile. Come ho detto prima, io non mi sento una vittima. Ho sempre superato tutto da solo, supererò anche questa situazione. La gente che mi ama, seppur da lontano, mi ha supportato. La gente che vive nel mio quartiere, mi ringrazia per il mio lavoro svolto.  E' in questa gente che trovo la forza per non mollare mai. Soprattutto Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. I primi giorni di protesta sono stati subito dopo l’anniversario di Falcone, ed ho pensato tanto. Non posso mollare, neppure davanti persone che dichiarano l'odio verso la polizia. Ho pensato a Falcone, lui - nonostante tutto - ha continuato a lavorare portando a termine una sua missione. Non si è mai fermato, non posso farlo neppure io. Sapete perchè? E' vero ci odiano, ma quando hanno bisogno, chiamano il 911. Aspettano con paura e speranza che arrivi la polizia. Io sono fiero d'essere chi sono. Lo sono sempre, nonostante le mattonelle contro di me, ed i molotov, ma anche l'odio ed i fischi. Io continuo a fare il mio lavoro, è giusto così".  

La testimonianza di Gerlando Marchetta dà voce a giorni per nulla semplici. Violenza, odio e paura: nella grande e caotica America di questi giorni, c’è anche un po’ di Porto Empedocle.  

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