L'omicidio di Montevago e il racconto di Vita Maria Atria: ecco "Figli dei boss"

Il giornalista Dario Cirrincione ha attraversato l’Italia alla ricerca di storie meritevoli di essere raccontate, cercando la ‘ndrangheta al Nord e le storie di speranza e riscatto al Sud. Il libro verrà presentato domani, alle 10,30, all'ex collegio dei Padri Filippini

Il giornalista Dario Cirrincione

Montevago, 24 giugno 1991. In una pizzeria entrano alcuni uomini armati di fucile a canne mozze. Fanno fuoco e uccidono il titolare. La vittima è Nicola Atria, figlio di don Vito Atria: mafioso legato alla famiglia degli Accardo (detti “Cannata”) di Partanna, in provincia di Trapani. Don Vito Atria venne ucciso nel 1985, appena nove giorni dopo il matrimonio tra il figlio Nicola Atria e Piera Aiello, che dopo quell’omicidio rivelerà ai magistrati guidatida Paolo Borsellino i segreti delle famiglie mafiose di Partanna e del Belice, diventando così la prima testimone di giustizia d’Italia. Da quel matrimonio nacque Vita Maria Atria (nipote di Rita Atria) che rimase orfana di padre a soli 3 anni. Per la prima volta Vita Maria ha deciso di raccontare la sua vita a un giornalista e lo ha fatto nel libro di Dario Cirrincione “Figli dei boss – Vite in cerca di verità e riscatto” (Ed. San Paolo, 224 pp., 17 euro): una raccolta di interviste a figli dei boss di mafia, ‘ndrangheta, camorra e sacra corona unita. 

“Mia zia Rita è sempre stata discriminata perché veniva da una famiglia che non ha fatto scelte positive. Tutti pensavano che potesse fare gli stessi errori del padre, del fratello e della madre – racconta Vita Maria nel libro - Spero che la sua memoria non venga messa in ballo solo per scopi di lucro. Il mio cognome è Atria e ha un doppio significato: c’è la parte brutta e la parte buona”.

Un viaggio lungo due anni quello affrontato da Dario Cirrincione che ha attraversato l’Italia alla ricerca di storie meritevoli di essere raccontate, cercando la ‘ndrangheta al Nord e le storie di speranza e riscatto al Sud. 

"Figli di boss - Vite in cerca di verità e riscatto" si presenta al collegio dei Filippini 

Una parte del volume è dedicata al progetto “Liberi di scegliere”, sviluppato dal presidente del Tribunale per i minorenni di Reggio Calabria, Roberto Di Bella, che in passaggio dell’intervista rilasciata a Dario Cirrincione, parlando del legame tra disoccupazione e criminalità, ha spiegato: “In Calabria è molto difficile trovare lavoro, la crisi economica qui si avverte più che altrove”. “I figli di boss hanno bisogno di una cerimonia di affiliazione ufficiale o è qualcosa che ereditano di diritto?” ha chiesto l’autore. “Dal punto di vista della percezione sociale il solo cognome incute timore – ha spiegato Di Bella - Nei piccoli paesi, dove questo tipo di cultura e queste famiglie esercitano un forte ascendente sulla popolazione, i figli dei boss incutono soggezione a scuola e in tutti gli ambiti relazionali. A me hanno raccontato di ragazzini di 11-12 anni che entrano in ristoranti, in bar o in esercizi commerciali e gli adulti si alzano per andare a salutarli. O di giovanissimi che a scuola fanno il bello e il cattivo tempo senza che nessuno li ostacoli. L’investitura la dà già il cognome”.
I diritti d'autore del libro saranno devoluti al Centro Pio La Torre, che da anni fa attività antimafia. La prefazione del volume è stata scritta dal dott. Gaetano Paci (Procuratore aggiunto di Reggio Calabria) e la postfazione dalla prof.ssa Alessandra Dino (sociologa esperta di mafia che insegna in varie università italiane).

Il libro verrà presentato domani, alle 10,30, all'ex collegio dei Padri Filippini. 
 

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