Il mondo di un agrigentino a Budapest, Gero Miccichè: "Io e la Disney, una grande emozione"

Il nostro volto della settimana è un giornalista e scrittore ma anche e soprattutto un ambizioso producer

Gero Miccichè

Sei un imprenditore, uno studente, un pizzaiolo o anche un "cervello" in fuga?  Abbiamo deciso di dare voce agli agrigentini fuori sede. Le loro esperienze, i loro racconti e le loro storie possono essere da esempio per chi ha voglia di tornare o anche di restare. Dedicheremo uno spazio settimanale, un focus che serva a raccontare le vite ormai lontane dall’ombra della Valle dei Templi. Un microfono aperto a tutti, una volta a settimana. Se un agrigentino fuori sede? Raccontati ad AgrigentoNotizie. 

“Se puoi sognarlo puoi farlo”. Disse proprio così Walt Disney ed è proprio questo, molto probabilmente, il leitmotiv del nostro volto della settimana. Agrigentino doc, giornalista e scrittore con una grande passione diventata mestiere.  Gero Miccichè, oggi, vive a Budapest. Non un salto nel vuoto, ma un percorso pensato ed a tratti anche preparato. La sua vita, per diverso tempo, ha fatto base ad Agrigento. Partito per poi ritornare, Gero Miccichè, ha scelto di andare via ancora una volta. Dietro i suoi sogni, ma anche i suoi ambiziosi progetti tante firme prestigiosi. Oggi, Gero, è il Producer del progetto Disney Getaway Blast.

Ciao Gero... raccontaci la tua storia

"Ho avuto la fortuna di crescere in una famiglia da sempre impegnata nell'attività televisiva: mio padre è stato l'Editore di Teleacras per 35 lunghi anni. I miei genitori mi hanno messo per la prima volta davanti a una telecamera a soli 15 anni ed è stato terribile, all'epoca ero timidissimo, la sola idea mi terrorizzava. Ma è stato uno dei primi momenti importanti della mia vita: all'epoca scrivevo i miei primi racconti, concepivo la scrittura come un atto di libertà, scrivevo come se a leggermi fossi soltanto io e "25 lettori". Il giornalismo mi ha insegnato a finalizzare la mia scrittura al risultato, ho cominciato a pensare a un destinatario ampio e a dare un ordine e un rigore alla prosa. Questi pilastri mi sono serviti in tutti i lavori che ho fatto successivamente. Quegli anni mi hanno inoltre permesso di collezionare interviste prestigiose a cui sono ancora molto legato, da Vinicio Capossela a Youssou N'Dour: capivo già che il giornalismo non mi avrebbe mai abbandonato. Qualche anno dopo, a 18 anni, lasciavo per la prima volta Agrigento per iscrivermi all'Università Bocconi. Gli anni di Milano sono stati straordinari: in parallelo agli studi ho continuato a svolgere attività giornalistica per varie testate, e con 3 amici ho poi fondato un rivista letteraria, El Aleph, nella quale ho pubblicato i miei primi racconti. È stato il primo passo per farmi conoscere nell'ambiente editoriale e per pubblicare i miei scritti anche in altre prestigiose riviste di settore. In parallelo, portavo avanti un'altra grande passione, la musica: ho avuto l'occasione di suonare in varie band e di conoscere grandi musicisti, dai quali ho imparato molto. Sono stati anni molto formativi, sono convinto che la formazione di un individuo vada vista globalmente, non limitandosi al solo percorso universitario e lavorativo. Dopo un bel periodo trascorso nella produzione televisiva, negli ultimi anni mi sono completamente dedicato allo sviluppo di videogame, lavorando per alcune aziende del settore prima nel B2B e poi su mobile. Lo scorso anno sono finalmente riuscito a realizzare un sogno, quello di entrare nella serie A della Game Industry: oggi lavoro in Gameloft, una delle più importanti realtà del mondo dei videogame, a Budapest. Sono il Producer del progetto Disney Getaway Blast, un puzzle game in uscita su PC e Smartphone su cui sono al lavoro 35 straordinari professionisti del settore che ho l'onore di coordinare e guidare quotidianamente. Nella game industry, il Producer è il responsabile del team: il mio lavoro consiste, fra le altre cose, nel tenere insieme e armonizzare la visione creativa del gioco per ottenere il miglior prodotto possibile al minimo dei costi ed entro i tempi stabiliti, nell'occuparmi delle relazioni con Disney, che ha ovviamente voce in capitolo sull'intero gioco, e nel coordinare il lavoro degli altri team di Gameloft che supportano dalle diverse sedi sparse per il mondo, da Barcelona a Saigon passando per Montreal. Fino a qualche anno fa non avrei neanche immaginato di poter far parte di un progetto così importante: oggi l'idea di mettere la firma a un gioco di prossima uscita a marchio Disney mi emoziona non poco. Sto vivendo uno dei momenti più belli della mia vita: imparo ogni giorno tantissimo facendo il mestiere più bello del mondo in un ambiente creativo e stimolante come pochi".

Perché hai deciso di lasciare la tua città?

"Ho lasciato Agrigento più di una volta: la prima volta, come ti dicevo, è stato per ragioni di studio. La facoltà di Scienze Giuridiche della Bocconi è un perfetto ibrido fra Giurisprudenza ed Economia, un corso di studi abbastanza unico in Italia, alternativo alla Giurisprudenza classica. Terminata la laurea triennale, sono tornato ad Agrigento, dove ho fatto la mia prima esperienza aziendale, cominciando a occuparmi di Produzione Tv e di Marketing proprio a Teleacras, e girando alcuni reportage e documentari per la Tv. Dopo circa un anno e mezzo ho però sentito di aver bisogno di una sfida più grande. Ho però deciso prima di portare a termine il percorso universitario cominciato alla Bocconi, e così mi sono iscritto alla laurea specialistica, tornando a vivere a Milano. A quel tempo cominciavo ad approcciarmi proprio ad alcuni tool per lo sviluppo di videogame, volevo unire le mie passioni principali (narrativa, musica e, per l'appunto, i videogame) in un unico medium, l'intento era quello di creare videogiochi narrativi e curarne scrittura e colonna sonora.  Cominciavo a pensare una carriera nella game industry e stavo gettandone le basi, ma "la vita è quello che ti capita mentre sei impegnato a far altri progetti", diceva John Lennon e, proprio poco prima della discussione finale della Tesi di Laurea, è venuto a mancare mio padre. Il mercato dei media e pubblicitario ai tempi risentiva di una forte crisi, e io ho sentito il dovere di dare una mano alla mia famiglia per superare compatti un momento difficile. Così mi sono ritrovato nuovamente ad Agrigento, per la prima volta più per necessità che per una vera intezione. Sono stati anni duri, a tratti logoranti, ma ho imparato a prendere il meglio dalle situazioni, e so quanto quel periodo difficile sia stato edificante: da un giorno all'altro mi sono ritrovato a gestire un'azienda storica e altre attività lasciate in parallelo da mio padre. Era una situazione più grande di me, perciò per prima cosa ho cominciato a studiare tanto per gestire con consapevolezza tutta la complessità che mi trovavo tra le mani. Ho lavorato sodo per rimettere in sesto una situazione complicata e grazie a questo ho imparato molto della gestione aziendale in un periodo avverso: ho imparato a ottimizzare, a tirare fuori il massimo partendo da poche risorse, una skill che mi torna utilissima oggi anche nel lavoro che faccio. Dopo qualche anno, la situazione si era fatta molto più gestibile, sentivo che la mia famiglia poteva anche fare a meno di me e mi sono ritrovato a valutare: continuare nell'attività di famiglia o riprendere la via iniziale, quella abbandonata forzatamente anni prima e che sembrava ormai essersi fatta un sogno sbiadito. Ho scelto la seconda, con grande paura nel cuore ma armato di coraggio, e oggi ne sto raccogliendo i frutti: sentivo il bisogno di crescere ancora, di accumulare esperienza in una grande realtà nel campo della tecnologia e dello sviluppo, e Agrigento non poteva offrirmi nulla di ciò. Come non poteva farlo la Sicilia. E come, purtroppo, può farlo in maniera ancora minoritaria l'Italia. Per questo oggi mi trovo a Budapest, dove invece hanno aperto sede tantissime realtà multinazionali, nell'ultimo decennio". 

Ti manca la tua città?

  "Mi piace dire a me stesso di no, mi ripeto che sto bene così e che non provo alcuna nostalgia, ma so che si tratta solo di un inganno per vivere meglio: vivo in Ungheria, lavoro in un'azienda composta da persone di oltre 12 nazionalità, e quando mi descrivo mi ritrovo a spiegare che, sì, sono italiano, ma che prima ancora sono siciliano. Mi ha fatto effetto, le prime volte, personalmente non ho mai ostentato campanilismo in nessun contesto, ma in qualche modo ho capito che era il modo migliore per descrivere chi sono, la mia attitudine, le mie contraddizioni. Quindi sì, mi manca tantissimo la mia città, nonostante ci siano tante ragioni a tenermi lontano: il periodo in cui ho provato a lavorare nella mia terra mi è bastato, è per certi versi un'ustione di cui porto ancora dentro le cicatrici. Ma ogni volta che vado via un pezzo di me - quello legato ai ricordi, quello incline a cedere alla bellezza di certi luoghi - rimane vicino alla spiaggia, e non vorrebbe staccarsi dal nostro mare, dal sole e dai colori che solo la terra che mi ha cresciuto riesce a esprimere. È sempre dura andare. Ho scritto recentemente che il sole e il mare sono per me come dei grandi incantatori, capaci di carpirci nella loro malìa, di legarci indissolubilmente a una terra troppo amara, ai suoi campi e tramonti più struggenti. Oggi sono lontano, ma questa terra arcigna, inebriante, bellissima e asfissiante mi accompagna in ogni dove. Essere Siciliani è prima di tutto uno stato d'animo, e Agrigento, ovviamente, ne è per me il cuore pulsante".

Hai un consiglio per i giovani agrigentini?

"Armatevi di curiosità e coraggio, siate sempre avidi di conoscenza e non ponete limiti al fato: essere giovani è un dono enorme, è l'epoca della vita in cui ogni individuo può esprimere al meglio il proprio potenziale e in cui ha tutto il tempo per spaziare, conoscere e approfondire. Mantenete la Sicilia nel cuore, ma viaggiate costantemente, incamerate competenze di ogni tipo e abbracciate sempre nuove sfide. Formatevi come individui e come professionisti, appagate voi stessi e soprattutto non rinunciate alle vostre passioni e ai vostri sogni: anche se le rinnegherete, continueranno a inseguirvi, e non vi daranno pace finché non le ascolterete. Così è successo a me. E un giorno vi ritroverete con un tesoro fra le mani, e potrete forse scegliere voi dove investirlo, se fuori dalla Sicilia o se tornare, armati di un po' di lucida follia, nella vostra città natale".

Sogni di tornare?

"Sono legato a quella frase di Cesare Pavese, il quale definiva ogni sogno "una costruzione dell'intelligenza, cui il costruttore assiste senza sapere come andrà a finire". Costruire i propri sogni è doveroso, anche quando non si è certi della loro realizzazione, e Agrigento fa inevitabilmente parte di quel sogno. Personalmente, in tutti questi anni ho sempre provato a portare parte del mio know-how nella mia città natale: ai tempi di El Aleph ho dato vita a ContemporaneA, una rassegna letteraria pensata sotto forma di show televisivo in cui abbiamo portato nei luoghi più belli della nostra città autori al tempo giovani e promettenti che poi hanno vinto premi prestigiosi, da Giorgio Fontana  - vincitore del Premio Campiello 2014 - a Nicola La Gioia, che l'anno scorso è stato insignito del Premio Strega. Ma potrei fare tanti nomi. Negli ultimi anni in cui ho vissuto ad Agrigento ho poi dato vita a GameCompass, un progetto editoriale dedicato al mondo videoludico dove ho potuto formare al giornalismo di settore dei giovani ragazzi delle scuole superiori: allora erano quindicenni, oggi sono matricole universitarie, abitano fuori e sono persone formate, e continuano a dare vita con passione al nostro progetto. In questi anni hanno fatto un'esperienza unica per dei ragazzi di quell'età, e io ho potuto trasferir loro parte di quello che so sul giornalismo, sul lavoro di una redazione e sui doveri etici e sociali di chi scrive, soffermandomi sulla cultura del videogioco come mezzo espressivo e formativo, e non di solo intrattenimanto. Rimane tuttora una delle attività di cui vado più orgoglioso, sul piano personale e professionale: io alla loro età ero alla continua ricerca di maestri, e ad Agrigento era difficile trovare qualcuno che ti guidasse in un percorso di crescita. Spero di aver fatto questo con loro, come loro hanno fatto con me, del resto, ho imparato anche io tanto da gente che ha la metà dei miei anni. Gamecompass è stata una trasmissione di Teleacras e, oltre ad accrescere i giovanissimi che davano vita al progetto, ha reso felici molti ragazzi che ci seguivano con passione: è stato bello poterlo fare ad Agrigento. Oggi sto acquisendo nuove conoscenze nel campo della tecnologia e dell'innovazione, e chissà che un giorno non riesca a portarle nella mia città, avere una software house vicino al mare, il nostro mare, mi pare il più bello dei sogni. Ma dovrebbero crearsi le giuste condizioni e, a oggi, ahimè, quel sogno sembra di difficile realizzabilità, dalle nostre parti".

In cosa dovrebbe migliorare Agrigento?

"Non dirò probabilmente nulla che non sia stato già detto, ma è necessario è un cambio di passo, su tutti i fronti: si parla spesso di problemi legati alla mentalità del territorio, che è innegabilmente un fattore non da poco, ma credo che per migliorarla serva innanzitutto "un esercito di maestri elementari", come diceva Gesualdo Bufalino, perché la cultura, la formazione, il sapere, creano consapevolezza, e rendono un popolo libero e consapevole dei propri desideri.  Ma la cultura non si diffonde, se a incentivarla non è chi amministra, e sono fermamente convinto che la politica abbia forti responsabilità in relazione al malcostume e ai lati deteriori del nostro modo di pensare. Sono non di rado i primi a offrire un pessimo esempio ai propri cittadini, i quali agiscono di conseguenza.  Negli anni in cui ho vissuto e lavorato ad Agrigento, mi sono scontrato spesso con una burocrazia confusa e inefficace, con una pubblica amministrazione confusionaria e poco supportiva nei confronti del cittadino e dell'imprenditore, e con una gestione della cosa pubblica spesso poco concreta e intenta a curare rapporti politici più che badare alla crescita del territorio. La nostra imprenditoria è praticamente morta, la Zona industriale è ormai un deserto. Incentivare le aziende e le attività è vitale per la crescita economica e culturale di un territorio. E tutto passa dalla politica, dalla sua capacità di attrarre investimenti e di agevolare gli operatori economici.  Se qualcuno non crea queste condizioni, va rimosso. Il cambio di passo parte da lì, dalla non accettazione del malgoverno: una volta un noto politico agrigentino mi chiese se volevo organizzare un ciclo di incontri letterari nei più bei luoghi della città. Mi sono mostrato disponibile, e ho risposto che potevo certamente trovare il tempo per elaborare un calendario e strutturare una proposta. Gli ho chiesto infine se fosse previsto un compenso per il tempo e il lavoro che avrei investito. Mi ha guardato quasi con sdegno, dicendomi che doveva trattarsi di una prestazione a titolo gratuito, non era previsto neanche un rimborso spese. Ho ovviamente rifiutato: per la nostra generazione un discorso simile è ricorrente, ed è mortificante: il lavoro ha un valore, ed è importante che sia in primis chi governa a riconoscerlo e valorizzarlo, anche solo con compensi minimi, simbolici. Altrimenti passerà sempre il messaggio che le nostre competenze siano roba di poco conto, e che molti imprenditori si sentano in diritto di "pagare in visibilità" o di offrire un'esperienza lavorativa che "fa curriculum" è conseguenziale: ma non si campa di visibilità, né si cresce con lavoretti che non sono pensati per la crescita del lavoratore, e il risultato è che molti vanno via, alla ricerca di condizioni migliori.  Per cambiare Agrigento - e la Sicilia - bisogna partire proprio da chi le amministra: una volta Settimio Biondi mi disse che il miglior sindaco di Agrigento sarebbe stato colui che sin dal primo giorno di mandato dichiarasse di voler rinunciare a una futura carriera da parlamentare. Ho capito e condiviso il senso delle sue parole, e credo sia questa la gente da cui Agrigento dovrebbe ripartire: individui che antepongano il bene collettivo, quello della città, alle proprie ambizioni individuali. E spero che un giorno una simile figura possa arrivare".

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