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Il blues rock di Zucchero travolge il teatro Valle dei Templi: "Che terra fantastica la vostra, avete tutto"

Il pubblico è estasiato, anche quello - numerosissimo - che ha ascoltato le oltre 2 ore di musica assiepato fuori dall'area del concerto, o seduto sui guardrail della strada statale, al buio e in mezzo alle erbacce

Il viaggio musicale che è stato la tappa agrigentina del World Wild Tour di Zucchero parte dalle rive del Mississippi. E' un sussurro la voce di Oma Jali mentre trasporta gli oltre 4mila spettatori (con centinaia di persone che ancora dovevano sedersi quando le luci sono calate al teatro Valle dei Templi) in un bivacco di raccoglitori di cotone, di neri americani che cantano il loro blues.La sua Doctor Jesu è una perla di pochi minuti di musica autentica, grezza, straordinaria. 

Poi il viaggio riparte a velocità altissima: in scena entra lui, Adelmo Fornaciari, e il pubblico esplode sulle note di piano dell'intro di "Spirito nel buio", e il blues lascia lo spazio ad uno spiritual elettronico che è solo la prima tappa di oltre 2 ore di un concerto tiratissimo, mandato avanti a perdifiato e per gran parte senza alcuna sosta. Delle vere e proprie montagne russe, con pezzi malinconici affiancati da brani più "caciaroni" fatti per ballare ma sempre con un profondo collegamento con la musica black, come nella tradizione di Zucchero. Seguono a raffica Soul Mama, La canzone che se ne va, Quale senso abbiamo noi, Partigiano Reggiano, Vedo Nero e Ci si Arrende.

Il pubblico apprezza, anche se va registrata una sostanziale incapacità di molti a seguire un concerto rispettando le regole più elementari, e quindi in molti sono rimasti in piedi e hanno attraversato da un capo all'altro la cavea per andarsi a rifornire per tutta la durata dell'evento di acqua, birra e cibo. Qualcuno, nel tragitto, si è anche convinto a stazionare davanti al pubblico seduto per fare video e foto. Un via-vai incessante, con anche qualche rischio dovuto ad una canaletta per i cavi che ha più volte rischiato di far cadere qualcuno.

Zucchero incanta la Valle dei Templi

Torniamo alla musica. Poi sul palco sale la figlia Irene Fornaciari per un duetto straordinario di Cose che già sai, ma è solo la preparazione per uno dei momenti forse più intensi del concerto, una versione di Iruben Me che risuona in tutta piana San Gregorio potente e magnifica, con la voce di Zucchero graffiante come non mai e le chitarre di Mario Schilirò e Kat Dyson che impartiscono lezioni di bravura e classe: la prima tagliente e con richiami al rock inglese, la seconda cremosissima e calda, con il pubblico sballottato dai Led Zeppelin a Carlos Santana in un istante. 

Alle spalle di tutto, come sempre, il solido basso di Polo Jones e una sessione ritmica con le batterie di Adriano Molinari e Monica Mz Carter che fanno da motore trainante, affiancati dai fiati e soprattutto dall'organo hammond, da piano e synt. 

Seguono ancora Facile, Baila, L'urlo e Blue. Poi si spengono le luci, sul palco compare una sedia e una vecchia chitarra acustica che Zucchero imbraccia come un vero bluesman. "Io non sono uno che è bravo a parlare, io canto" dice al pubblico sorridendo. Qualche minuto di battute e distensione, di interazione con gli spettatori ma anche il riferimento a temi più seri: l'alluvione in Romagna, gli incendi che stanno devastando la Sicilia. "Una terra bellissima la vostra, straordinaria, avete tutto" dice, prima di riservare una battuta alla lunghissima assenza dai palchi agrigentini e siciliani ("Se mi chiamano io vengo") e lanciare un invito ai siciliani a "Farsi sentire con quelli di Roma". Pochi minuti poi basta parole, via alla musica, con due versioni intensissime di Dune Mosse e Un soffio caldo, seguite poi da Miserere, un tributo a Luciano Pavarotti le cui voci registrate hanno duettato per tutto il brano con Zucchero.

Fornaciari lascia un po' il palco alla sua band, che spazza via per qualche secondo il blues per imporre un rock granitico e tiratissimo: sul palco Oma Jali duetta con Irene Fornaciari sulle note di Notbush city limits, chiaro omaggio a Tina Turner. Poi c'è solo spazio per la musica con un travolgente brano strumentale, Honky Tonky Train Blues in cui primeggia il piano di Peter Vettese: le dita volano leggere sulla tastiera in quello che appare solo un gioco. 

Zucchero rientra per l'ultima parte del concerto, che mette in fila quattro brani storici che fanno nuovamente esplodere l'enorme pubblico: Il Volo, Diamante, Per colpa di chi e Diavolo in me. E' un tripudio, prima di tre brani extra: Chocabeck, Libidine e Hey Man. 

Il pubblico è estasiato, anche quello - numerosissimo - che ha ascoltato le oltre 2 ore di musica assiepato fuori dall'area del concerto, o seduto sui guard rail della strada statale, al buio e in mezzo alle erbacce.

Se non è blues questo.. 

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