Servizi televisivi diffamatori sull'avvocato Francesca Picone, Mediaset pagherà le spese

Il giudice Cinzia Ferreri ha dato "atto che l'emittente ha rimosso da ogni sito web e profilo social i servizi televisivi, per come richiesto dall'avvocato Picone", ma ha sottolineato che "la domanda del legale, se non fosse stata spontaneamente assecondata, sarebbe stata comunque accolta"

I servizi televisivi, mandati in onda da "Le Iene", sono stati rimossi da ogni sito web e profilo social. La richiesta dell'avvocato Francesca Picone, avanzata tramite il legale di fiducia Angelo Farruggia, è stata spontaneamente assecondata da Mediaset. Il giudice del tribunale di Agrigento, Cinzia Ferreri, con ordinanza del 14 marzo scorso, "nel dare atto che nelle more l’emittente televisiva aveva rimosso da ogni sito web e profilo social i servizi televisivi per come richiesto dall’avvocato Picone, - ha ricostruito l'avvocato Angelo Farruggia - non ha mancato di sottolineare, da qui la condanna dell’impero televisivo alle spese per soccombenza virtuale, che la domanda dell’avvocato Francesca Picone, se non fosse stata spontaneamente assecondata da Mediaset, sarebbe stata comunque accolta, in quanto i servizi televisivi nel rappresentare 'fatti non veri', apparivano diffamatori e come tali gravemente lesivi dell’immagine della Picone, con effetti suscettibili di ulteriore amplificazione, rispetto a quelli già prodotti, in ragione dell’eventuale ulteriore permanenza e consultabilità sui siti internet e social network".

La vicenda risale al dicembre 2016, quando, dopo l’arresto per estorsione e successiva scarcerazione dell’avvocato Giuseppe Arnone, ad Agrigento arrivarono per ben due volte “Le Iene”. I servizi vennero mandati in onda nelle puntate dell'11 e del 18 dicembre scorso. "L’avvocato Francesca Picone - ricostruisce ufficialmente l'avvocato Angelo Farruggia - immediatamente dopo la messa in onda dei servizi televisivi è stata raggiunta, da tutta Italia e con ogni mezzo, da una serie innumerevole di offese, ingiurie e minacce, anche di morte. Le gravi ripercussioni che i servizi televisivi hanno avuto sulla propria immagine personale e professionale e il timore di ulteriori intimidazioni, hanno indotto l'avvocato Picone Francesca a rivolgersi, con ricorso in via d’urgenza, al tribunale di Agrigento per ottenere la condanna di Mediaset, della redazione di Italia Uno e del giornalista a rimuovere dal web, e in particolare dal sito ufficiale delle Iene e dai profili Facebook e Twitter riconducibili alla redazione Le Iene, i servizi televisivi mandati in onda".  

Nel rivolgersi al tribunale di Agrigento il legale di Picone, l'avvocato Angelo Farruggia, ha denunciato e documentato che entrambi i servizi televisivi risultavano “edificati e costruiti su presupposti e dati di fatto platealmente falsi. E rappresentando fatti non veri, entrambi i servizi - ha sostenuto l'avvocato Farruggia - dovevano considerarsi illeciti e gravemente diffamatori".
 
"Il giorno prima dell’udienza fissata per l’8 marzo dinnanzi al tribunale di Agrigento - ricostruisce ancora l'avvocato Farruggia - Mediaset provvedeva a rimuovere da tutti i siti web e social network i servizi televisivi relativi all’avvocato Francesca Picone, della quale, pertanto, di fatto assecondavano la richiesta". Il tribunale, quel giorno, si riservava di decidere. Il 14 marzo, poi, l'ordinanza nella quale è stato precisato, secondo quanto ricostruito dall'avvocato Farruggia, anche che "il principio della verità, si collega alla funzione stessa del diritto di cronaca, per cui un fatto merita di essere divulgato «solo» se sia vero, non potendo esservi un interesse della collettività alla conoscenza di notizie false o di mere illazioni. Un ulteriore profilo di falsità dei servizi, scrive il tribunale, è certamente ravvisabile, alla luce della documentazione in atti, nell’avere affermato nel corso dei servizi televisivi oggetto di ricorso, che la prestazione professionale offerta dall’avvocato Picone in favore dei clienti fosse o dovesse essere gratuita. Non è vero, infatti, che i clienti fossero stati ammessi al patrocinio a spese dello Stato, né tantomeno che la prestazione era già stata pagata dallo Stato. La falsità dell’affermazione può anche desumersi dal fatto che all’avvocato Picone, nel processo che la riguarda, non si contestava di avere preteso il pagamento di una prestazione che invece doveva considerarsi gratuita".
 

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