"O mi restituite i soldi o vi licenzio", impiegate raccontano il "pizzo" sulla busta paga

Ex lavoratrici accusano in aula il presidente di una coop che si occupa di servizi assistenziali

"Qua si fa così, o ci ridate i soldi o vi licenzio". Il "cavallo di ritorno" sulla busta paga, almeno secondo quanto raccontato in aula da alcune presunte vittime, sarebbe stato obbligatorio e imposto con minacce per nulla larvate ma esplicite e dirette.

È entrato nel vivo, davanti al giudice monocratico Alfonso Pinto, il processo a carico di Pietro Galvano, 71 anni, di Raffadali, presidente della cooperativa “Il Girasole” che si occupa di assistenza sociale. Galvano è accusato di estorsione e falsità commessa da incaricato di pubblico servizio.

L’indagine della procura di Agrigento e della Squadra mobile, che ha portato alla decisione del giudice di mandarlo a processo, scaturisce dalla denuncia presentata nell’agosto del 2016 da una ex dipendente della cooperativa sociale. La donna ha raccontato di essere stata costretta a restituire parte dello stipendio che formalmente le veniva erogato e che, se si fosse rifiutata, avrebbe perso il lavoro. Ieri mattina c'è stata la deposizione di tre presunte vittime (parti civili con l'assistenza degli avvocati Floriana Salamone, Giuseppina Ganci e Angela Riggio) hanno raccontato la loro versione dei fatti. "Galvano chiedeva a tutti di restituire i soldi del nostro stipendio. Ci pagava con degli assegni che eravamo costretti a incassare in banca e prelevare del denaro, attorno al 10 per cento, da restituirgli in contanti".

La dipendente della coop ha precisato che "Galvano era molto aggressivo, le sue non erano richieste tanto implicite. Ci diceva chiaramente che dovevamo fare così perché, in caso contrario, ci avrebbe licenziato. Quando qualcuno non era celere nel restituire i soldi veniva ripreso e sollecitato. Una collega, ad esempio, non riusciva più ad acquistare gli abiti e le scarpe al figlio perché era costretta a sottostare". 

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