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Martedì, 17 Maggio 2022

Questura intitolata a Beppe Montana, il capo della polizia: "La guerra non è ancora finita"

"La guerra non è ancora finita e non è ancora definitivamente vinta. Ecco perché, nel ricordo di questi straordinari esempi di dedizione, passione e determinazione, dobbiamo continuare l'impegno non solo in Sicilia. Abbiamo capito da tempo che questi problemi non sono limitati ad un territorio. La criminalità organizzata è un cancro, è un male che si insinua nelle vite e nei tessuti sociale di tutto il Paese e quindi l'impegno per debellarla in tutte le sue forme deve essere tenuto anche e soprattutto nel nome, nel ricordo e nell'esempio di Beppe Montana e di tutti quelli che, come lui, hanno dato la vita per questo Paese e per la legalità in questo Paese". Lo ha detto il capo della polizia di Stato, il prefetto Franco Gabrielli, durante l'intitolazione della Questura di Agrigento al commissario capo Beppe Montana ucciso il 28 luglio del 1985, in un vile agguato mafioso. 

Questura intitolata a Beppe Montana

"Oggi uno studente ha ricordato che questa battaglia la si fa con i tribunali, con le forze di polizia, ma la si fa primariamente con i comportamenti di ognuno di noi - ha sottolineato il prefetto Franco Gabrielli - . Con quello che ognuno di noi è chiamato a fare, con l'impegno da parte di chi, soprattutto, ha maggiori responsabilità. Noi non possiamo chiedere al cittadino di essere onesto, irreprensibile, sempre pronto a rispettare la legge se chi ha compiti di responsabilità, troppo spesso questa modalità di comportamento non la attua". 

Il fratello di Beppe Montana: "Le storie delle vittime innocenti entrino nelle nostre coscienze"

"E' un tassello per fare memoria. Mi auguro che possa essere un gesto che aiuti a fare memoria collettiva perché queste persone devono entrare dentro le nostre coscienze. Se li vediamo come qualcosa di lontano - ha commentato e spiegato il fratello di Beppe Montana: Gigi - non ne usciamo. I loro valori devono vivere dentro di noi e in questo modo la loro morte non sarà inutile. Se ci limitiamo semplicemente ad una intitolazione non gli rendiamo il giusto omaggio. Ben venga che ci sia stata l'intitolazione - chiarisce - ma speriamo che sia un momento di un percorso che coinvolga la società civile. Beppe, Ninni Cassarà e Roberto Antiochia - ha concluso - erano lo Stato. Lo Stato è un contenitore, dipende da quello che ci mettiamo dentro. Loro erano parte dello Stato e lavoravano impegnandosi pienamente, credo che se ognuno, in quel periodo, avesse fatto il proprio dovere forse le storie potevano andare diversamente". 

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