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Venerdì, 12 Agosto 2022
Psicologia della notizia

Psicologia della notizia: L'azzardo del gioco

Indiscutibile è il suo fascino, la sua attrazione, la sua tentazione così come anche la sua...

L’ispirazione di questo articolo mi è venuta ascoltando ieri sera una testimonianza al tg2, testimonianza non di certo insolita poiché il fenomeno descritto è anzi molto diffuso seppur raramente discusso. Si parlava di gioco d’azzardo, di un uomo che all’età di 14 anni ha iniziato a risparmiare qualche spicciolo della sua paghetta per giocarselo alle macchinette, fino a commettere piccoli furtarelli e “investirli” alle slot machine, per poi arrivare a spendere decine di migliaia di euro ai nuovi “giochi” di questa nostra era super tecnologica. Nel frattempo sono passati ben 35 anni e chissà quanto denaro gettato via in tutto questo arco di tempo!

Questo sembra un caso isolato, che desta stupore e che ci interroga di come fosse possibile far trascorre tre decenni prima di potersi liberare da questa ossessione, mania, dipendenza o qualsivoglia termine che si avvicini di più alla sua definizione. Invece, basta entrare in qualsiasi ricevitoria a qualsiasi ora del giorno e possiamo accorgerci di quanto tutto questo stia sfiorando le soglie della normalità: gente che acquista anche solo un gratta e vinci, altri che con atteggiamento e sguardo svampito appaiono rapiti dalle macchinette, assorti nei loro pensieri, come se attorno a loro non ci fosse nessuno.

Se ci documentassimo scopriremmo che le cifre sono impressionanti: nel 2010 si stima che siano stati giocati 61 miliardi di euro cioè circa mille per ogni italiano. Eppure in ogni nuova legge finanziaria il gioco viene liberalizzato e incentivato. Chissà perché!? Forse perché il gioco può essere visto come uno svago liberatorio, come un'isola magica che può ricolorire degli aspetti grigi della quotidianità, come un entusiasmo che si accende al solo pensiero di sentirsi capaci di prevedere il futuro e sfidare il destino. Quindi, il gioco proprio per una sua antica funzione svolge sì ancora oggi il ruolo di passatempo, di sfida, di distrazione, eppure se le cifre sono così esorbitanti c’è anche una grande fetta di questi numeri che ha fatto e continua a fare del gioco una dipendenza; ha sperimentato suo malgrado che quello che poteva essere un gioco liberatorio sembra lo stia schiavizzando. Così, dallo svago al gioco d’azzardo la linea è molto sottile.

Il gioco d’azzardo, permette forse magicamente di fronteggiare quell’angoscia esistenziale che un po’ ci coinvolge tutti e pare assolvere a due funzioni: la prima è quella di spegnere temporaneamente il lavorio del cervello tenendolo impegnato in una attività che lo assorba totalmente, la seconda è quella di forzare Dio (o il destino per chi non crede) a prendere una posizione nei suoi confronti (ti amo e quindi ti faccio vincere o ti odio e perderai). La dipendenza patologica, a differenza di ciò che si pensa e cioè che colpisce i più deboli, le persone con poca cultura e poca intelligenza, può colpire tutti indistintamente: ricchi poveri, belli brutti, intelligenti o stupidi, acculturati o persone semplici. Altra convinzione da sfatare: non è vero che si gioca perché si è disperati, anzi, è giocando che lo si diventa seriamente (prima o poi). Sono tante le convinzioni che girano nella nostra società, quasi consolatorie, come se fosse un problema degli altri, come se a noi non ci potrebbe mai capitare, come se non ci definiamo così “stupidi” da arrivare a giocarci tutti i nostri risparmi e anche di più in macchinette, gratta e vinci e scommesse varie.

Indiscutibile è il suo fascino, la sua attrazione, la sua tentazione così come anche la sua capacità di permettere di fuggire dai problemi e dalla noia della vita quotidiana. Così abbandonare il gioco significherebbe ritornare all’interno di quel mondo monotono, ricco di sofferenze e di rapporti relazionali infelici. Ma quanto può durare questa fittizia felicità, quanto tempo trascorrerà tra il sentirsi distolti dalla pesantezza della propria vita e il precipitare nel baratro?
Questo mio articolo non vuole parlare di quali sono i sintomi che poi definiscono il gioco come patologia degli impulsi, come disturbo della personalità o come ossessione principale di certi uomini e anche di certe donne, né tantomeno vuole spargere consigli e teorie su come “venirne fuori”. Questo lo potete conoscere da soli, o che lo viviate direttamente o indirettamente o che lo leggiate su libri, riviste e internet.

Ho voluto solo un po’così svegliare le vostre coscienze su questo tema. Ci riuscirò? Potremmo scommetterci!
Dott.ssa Florinda Bruccoleri Psicologa,

psicooncologa ed esperta in psicologia forense
Per contatti: florinda.bruccoleri@agrigentonotizie.it

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