Psicologia della notizia: Crisi economica e crisi psicologica

Oggi ci ritroviamo con qualcosa di nuovo sul fronte politico e cioè col nuovo governo, seppur...

Psicologia della notizia: Crisi economica e crisi psicologica

“Chi lascia la via vecchia per la nuova sa quello che lascia ma non sa quello che trova”. Recita così un proverbio antico che come tale ha tutte le caratteristiche per non smentirsi mai.

Oggi ci ritroviamo con qualcosa di nuovo sul fronte politico e cioè col nuovo governo, seppur esista sempre qualcosa di molto conosciuto per noi “semplici cittadini” e cioè lo sconforto, per non dire lo smarrimento, dinnanzi a tutte quelle novità che potrebbero più o meno danneggiarci o giovarci. In molti hanno aspettato con ansia la svolta decisiva della pagina politica, quella svolta che avrebbe “liberato” e regalato una nuova aria, più pura, più limpida e più trasparente. Non è facile dire se le aspettative un po’ comuni saranno più o meno confermate o deluse, ma come spesso accade “il buongiorno si vede dal mattino!”.

Tra le nuovissime riforme quella sulle pensioni, il blocco dell’adeguamento all’inflazione con il successivo innalzamento dei contributi di anzianità; il rientro dell’Ici e l’aumento dell’iva, la tassa sui conti correnti, la liberalizzazione della vendita dei farmaci di classe C e tanti altri dettagli che avremmo sentito in questo periodo dai nostri tg e che continueranno forse ancora per un po’ a risuonare nelle nostre orecchie. Non è di certo di mia competenza giudicare l’elaborato del governo per il decreto salva-Italia ma mi permetto, per quello che mi compete, di mettere in evidenza la profonda crisi psicologica che in maniera più o meno silente avvolge comunemente un po’ tutti (noi cittadini e noi lavoratori).

Aria di demoralizzazione tra chi attendeva ansiosamente e lietamente l’arrivo della tanto sperata pensione, sensazioni di impotenza e sconforto nei giovani che immersi nella già esistente profonda crisi lavorativa non vedono speranze per il loro futuro previdenziale, scoraggiati milioni di cittadini che fanno già i conti con le difficoltà di una vita sacrificata alle quali si aggiungono ulteriori novità non sempre accettabili.

Ecco, dunque, che con questo articolo il mio intento è di andare molto al di là delle conseguenze economiche, trattate e riprese più volte e in più sedi, e di soffermarmi su quelle psicologiche e sociali. Già, perché i sacrifici chiesti da Mario Monti per evitare il baratro alla nazione tutta non riguardano solo portafogli e conti in banca, ma anche la stabilità mentale degli italiani.

La Repubblica ha pubblicato un inserto nel quale ha trattato questa tematica con l’ausilio di esperti, chiamando in causa alcuni tra le "vittime" del nuovo sistema pensionistico, ed io voglio brevemente proporvene qualche rigo. Elencare le tipologie degli interessati dalle nuove riforme è compito lungo e arduo (sono troppe le categorie coinvolte). Ne basti una sola per tutte: quella dei lavoratori classe 1952. L’anno della beffa: proprio i nati del ‘52 dovranno ‘subire’ cinque anni in più di lavoro. E pensare che, secondo la vecchia legge, sarebbero andati in pensione nel 2012.   

Ettore Livini ha descritto bene il loro stato d’animo: “C’è chi sognava la briscola al bar del paese, chi il pomeriggio al parco con i nipotini, chi le gite con gli amici in bicicletta. Tutto cancellato il 4 dicembre, quando si sono resi conto che invece della pensione anticipata li aspettava un futuro da lavoratori maturo”. Già da queste parole si evince la portata del dramma. Dramma la cui esistenza è corroborata da alcune evidenze scientifiche, a tal punto che Massimo Livi Bacci, docente di Demografia all’Università di Firenze parla di “un cambio di prospettiva che può portare a conseguenze anche gravi”. All’innalzamento dell’età pensionabile non sono pronti né – ovviamente – i lavoratori che credevano di stare per andare in pensione, né lo Stato, né la società. Non è preparata nemmeno la famiglia. Molti assetti attuali si basano, infatti, sul fatto che la pensione è un traguardo da oltrepassare verso i sessanta, se non prima.

Una solo categoria sembra essere preparata: sono tutti quei giovani che, ormai da molto tempo, hanno capito che dovranno rimboccarsi le maniche almeno fino a 70 anni. Preparati sì…ma forse anche un po’ demoralizzati.

Dott.ssa Florinda Bruccoleri Psicologa,

psicooncologa ed esperta in psicologia forense
Per contatti: florinda.bruccoleri@agrigentonotizie.it

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