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Martedì, 7 Febbraio 2023
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Il far west sott'acqua, la caccia al petrolio dei mari italiani

Il dossier "Per un pugno di taniche" di Legambiente evidenzia come le compagnie petrolifere abbiano ripreso a setacciare i mari italiani e di come le nuove politiche siano favorevoli alle trivellazioni.

Se negli occhi abbiamo le leggendarie corse all’oro che i primi pionieri facevano sul suolo americano verso il “far west”, oggi lo scenario cambia e di molto. Sono infatti le acque dei mari italiani il nuovo la nuova meta da conquistare nella corsa all’oro nero, che riguarda,  tra trivellazioni e aree di ricerca, oltre 24mila chilometri quadrati, un’area praticamente grande come la Sardegna.  Le compagnie petrolifere tornano a fronteggiarsi, in maniera molto “complice” a dir la verità,  grazie alle nuove politiche energetiche che rilanciano la produzione di idrocarburi. L’argomento viene trattato nel dossier di Legambiente “Per un pugno di taniche”, nel quale si focalizza l’attenzione sull’articolo 35 del Decreto Sviluppo, che ha riaperto la possibilità di trivellazioni sottocosta.

Anche il Canale di Sicilia è obiettivo importante dei tentativi delle varie multinazionali petrolifere di poter aprire nuovi pozzi di estrazione, così come l’Adriatico centro meridionale e lo Jonio.

Il mare italiano, stando alle stime del ministero dello sviluppo economico, riportate nel dossier , ha riserve per circa 10 milioni di tonnellate di greggio, che per i consumi attuali di energia richiesta  durerebbe appena due mesi. Se i dati fossero confermati parrebbe davvero insensato attivare una macchina mastodontica per numeri tutto sommato risibili, sempre secondo il dossier. Inoltre, i 15 miliardi di euro di investimento e i 25 mila posti di lavoro che verrebbero a crearsi, sembrano poca cosa rispetto al volano che potrebbe mettersi  in moto se si partisse con una politica energetica basata sulle fonti rinnovabili, che attiverebbero  oltre 250 mila nuovi posti di lavoro.

 Ciò che risulta palese è il divario tra i benefici che ne trarrebbero le compagnie petrolifere rispetto alla comunità, mentre le amministrazioni locali , tagliate fuori da ogni contesto decisionale, sembra che di vantaggi non ne abbiano nessuno.

Secondo il dossier di Legambiente “Per un pugno di taniche” presentato a Pozzallo, solo nel 2012 si sono estratti in Italia, 5,4 milioni di tonnellate di petrolio, il 2,5% rispetto al 2011, 473 mila dei quali direttamente dal mare.

Nel canale di Sicilia attualmente ci sono 5 “permessi di ricerca” per un totale di 2.446 kmq scandagliati, mentre non sono più attivi i 6 permessi di ricerca a largo delle Egadi. Per il momento almeno quella zona non sarà soggetta a trivellazioni.

Non si può dire lo stesso nelle altre aree di mare siculo, in cui le diverse compagnie continuano le proprie ricerche: nelle acque di Licata è la Eni – Edison che setaccia un’area di 831 kmq; la Northern Petroleum  ricerca nelle acque a largo di Ragusa su uno specchio di 620 kmq; la Audax Energy ricerca nei pressi di Pantelleria su 657 kmq; la Vega Oil, sempre davanti Ragusa, setaccia 337 kmq.  La sinergia con cui le diverse compagnie pacificamente si sono spartite le ricerche è molto interessante, se si pensa, che sempre il dossier di Legambiente annuncia, che altre 10 richieste di permessi di ricerca sono stati inoltrati per la copertura di altri 4.050 kmq. Lo scarto importante che queste nuove richieste compiono, basandosi sull art.35 del decreto, è che si trovano su zone vicine ad aree protette che prime erano fuori dalla possibilità di compiervi ricerche.  A tal proposito la Northern Petroleum, sempre come riporta il dossier della società ambientalista, avrebbe richiesto permessi in un’area a largo di Agrigento, prima off-limits.Oggi le piattaforme attive nel Canale di Sicilia sono 4 per un totale di 33 pozzi: Vega A di fronte Ragusa; Gela,  Perla e Prezioso  a largo di Gela.

 “Nonostante i dati dimostrino una graduale uscita dal petrolio, nell’ultimo anno è aumentata la produzione di greggio nel nostro Paese – dichiara Rossella Muroni, direttore generale di Legambiente – Siamo di fronte a un attacco senza precedenti alle bellezze del nostro Paese. Stiamo cedendo chilometri di costa e sottosuolo in cambio di una presunta, quanto irreale, indipendenza energetica. La realtà è che l’Italia è diventata una sorta di paradiso fiscale per i petrolieri. Per loro il rischio d’impresa, grazie alle ultime leggi, è quasi nullo, mentre restano incalcolabili i rischi per l’ambiente. Occorre fermare al più presto questa insensata corsa all’oro nero e per questo chiediamo al Parlamento di abrogare l’articolo 35 del decreto sviluppo”

Se il fabbisogno di petrolio porterà ad altri trivellamenti lo vedremo a breve, anche se i pericoli di creare importanti fratture negli ecosistemi marini di queste acque dovrebbe valere più dell’olio nero, ma evidentemente non per tutti.

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