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Martedì, 18 Giugno 2024
Politica

Memorial Padre Pintacuda: Zambuto: "Il federalismo non una mazzata per il Sud"

Intervento del sindaco di Agrigento allo stage di formazione politica organizzato a Filaga dalla...

Il sindaco di Agrigento Marco Zambuto, a Filaga, in occasione dell’annuale stage di formazione politica - Memorial Padre Ennio Pintacuda, dove è stato invitato dalla Libera università della politica, organizzatrice dell’evento “Tra vento del nord e scirocco del sud”, ha relazionato sul tema “Tra federalismo virtuoso e federalismo avvelenato. Stare insieme malgrado le differenze a 150 anni dall’Unità d’Italia”.

“Vorrei - ha affermato il sindaco - col mio breve intervento offrire qualche spunto di riflessione. E lo vorrei fare proprio da quello che appare un angolo visuale piuttosto privilegiato. L’angolo visuale di chi, cioè, è quotidianamente impegnato nella difficilissima opera di raccolta delle risorse economiche necessarie ad assicurare una decente amministrazione ad una città che appartiene a tutti gli effetti a quello che è ormai inesorabilmente passato alla storia come il Sud. Una città, quella di Agrigento, che è, da un lato, città millenaria e che, con la sua storia, con la sua posizione geografica, con la sua roccaforte araba e con le sue impareggiabili bellezze archeologiche, potrebbe a giusto titolo rappresentare il cuore di quel Mediterraneo che da più parti si vorrebbe quale nuovo centro politico, economico, culturale e sociale. Ed una città che, dall’altro lato, sconosce quasi del tutto le attività produttive ed industriali e, soprattutto, senza i necessari collegamenti viari, stradali ed infrastrutturali, è costretta ad affidarsi unicamente al turismo 'mordi e fuggi', quello cioè di chi si limita a girare la valle dei templi, senza determinare un vero giovamento economico per la popolazione. Una di quelle città, insomma, che vivono in maniera preponderante di trasferimenti statali e regionali e che vede il 90 percento del suo bilancio interamente assorbito dalle spese correnti. Ora, il tema di 'Filaga 2011'  - ha continuato - è, certo, suggestivo ma rischia di far passare il federalismo, questo tipo di federalismo, quello cioè limitato alla spesa pubblica e non esteso, per esempio, al risparmio e ai depositi bancari, quasi come una sorta di indiscutibile totem, di passaggio obbligato, di punto di non ritorno. Come se si potesse davvero scegliere tra un federalismo virtuoso ed un federalismo avvelenato. Perché, piaccia o non piaccia, la domanda da porsi, per chi vede le cose dal sud di Roma, rimane la stessa: federalismo, quando? In quale preciso momento del percorso storico che in questo 2011 ha appunto compiuto i suoi 150 anni esso finirebbe con l’inserirsi? Ora, è del tutto evidente che qualunque progetto politico ed economico che si voglia realizzare deve essere prima adeguatamente misurato con le condizioni economiche e sociali delle realtà nelle quali esso è chiamato così pesantemente ad incidere. Ed ecco perché non è affatto stucchevole il dibattito sulle ragioni del divario tra il cosiddetto Nord ed il cosiddetto Sud. Proprio perché tale dibattito ha a che fare così intimamente con il progetto federalista. Ne tocca le radici e le fondamenta. Sempre che la politica si prefigga l’obiettivo di dare attuazione alla Costituzione repubblicana, secondo cui tutti i cittadini sono uguali. Per usare una metafora, insomma, brutale ma credo significativa, federalizzare oggi, sic et simpliciter, la spesa pubblica significherebbe fare più o meno come il padre che, dopo avere fatto studiare un figlio, avergli comprato lo studio dove esercitare la professione e avere invece tenuto l’altro figlio in casa, a fargli compagnia, dandogli ogni tanto quello che gli serviva per vivere, dicesse loro: sapete adesso che c’è?, siccome io sto per morire, da questo momento in poi, dovrete fare esclusivamente con le vostre gambe. Perché, piaccia o non piaccia, questa è la storia di questo Paese. Quella storia che forse ci è stata tenuta nascosta ma che va oggi emergendo anche grazie ad opere importanti come 'I terroni' di Pino Aprile o 'L’invenzione del Mezzogiorno. Una storia finanziaria' del compianto Nicola Zitara. Ma non c’è bisogno di scoprire le cose che queste opere, ricche di dati, tabelle e statistiche documentano con matematica certezza per sapere cosa sono stati questi centocinquanta anni. Basta il senso comune. Basta immaginare le decine di milioni di persone costrette, ad un certo punto della loro vita, senza che ciò fosse mai avvenuto in passato, ad abbandonare la loro terra. Basta capire quali devastanti effetti deve avere avuto la chiusura dall’oggi al domani di fabbriche come quella di Mongiana o di Pietrarsa che facevano, oltre a straordinarie competenze e rilevanti fatturati, migliaia di operai.  Insomma, uno Stato che, da un lato, attraverso investimenti, infrastrutture, bonifiche, politica doganale, politica creditizia, ecc, ha inteso ed è riuscito a creare in certe e specifiche aree geografiche dell’Italia alcune importanti zone produttive, dove inevitabilmente maggiore è stato ed è ancora oggi il prodotto lordo, e dunque maggiori sono gli introiti provenienti dalle tasse, e dunque maggiore è la stessa capacità di spesa pubblica. E dall’altro lato, lo stesso Stato che, al di là della realizzazione di qualche cattedrale nel deserto e di qualche tentativo limitato, peraltro, ai decenni della Cassa del Mezzogiorno, ha finito con il desertificare un’altra gigantesca area del Paese, suscitando disoccupazione (ed emigrazione) ed amplificando oltre misura la dipendenza della popolazione dall’aiuto e dalla sovvenzione pubblica (l’impiego, il sussidio, la pensione, l’invalidità, ecc.). So che non è più di moda porre questo tipo di domande e che si rischia di venire etichettati come dei rivendicazionisti, quasi che si dovesse provare un senso di vergogna. Ma perché deve continuare ad apparire naturale portare l’altra velocità da Milano e Venezia come ci ha da poco rassicurati, quasi ne sentissimo il bisogno, l’amministratore delegato di Ferrovie dello Stato? E deve essere invece quasi blasfemo immaginare un’autostrada tra Palermo ed Agrigento, al posto di quella statale che è ormai comunemente intesa come strada della morte? Perché deve essere naturale che, lungo l’asse Torino-Venezia, ci sia un aeroporto ogni quaranta chilometri e un’intera provincia, quale quella di Agrigento, con quasi mezzo milione di abitanti, ne sia del tutto sprovvista? E di quale prospettiva turistica si intende parlare per questa provincia senza la realizzazione di uno scalo aeroportuale? Una terra, insomma, dove si continua a non investire per attivare dei reali circoli economici virtuosi ed una terra, le cui risorse ed il cui territorio vengono ancora una volta utilizzati in un’ottica meramente coloniale. Ecco perché, io credo - ha concluso il sindaco - prima di compiere il passaggio al federalismo fiscale (ossia al federalismo della spesa pubblica), si dovrebbe cercare, attraverso i necessari investimenti e le dovute infrastrutture, non dico di rendere omogenee le diverse realtà territoriali del Paese ma di cominciare seriamente a ridurre il divario. Altrimenti, stiamo attenti, non solo il cosiddetto Sud non avrà la possibilità di sfruttare le sue eventuali risorse ma il federalismo si tradurrà in un’altra durissima mazzata, con il fenomeno dell’emigrazione che continuerà a crescere, come avviene ancora oggi, anno dopo anno. Nonostante le fantasie romantiche di qualche anima bella che pensa che gli aerei possano volare senza carburante".

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