Al Teatro della Posta Vecchia in scena uno spettacolo su Lia Pipitone

Franco Bruno

Sabato 21 aprile alle 21 e domenica 22 alle 18, andrà in scena al Teatro della Posta Vecchia di Agrigento, lo spettacolo "Sono le storie che fanno ancora paura ai mafiosi", con Nicola Puleo e la regia di Franco Bruno.

Lo spettacolo si riferisce alla storia vera di Lia Pipitone, giovane donna palermitana, fatta uccidere, probabilmente, dal padre il 23 settembre 1983, perché i comportamenti della figlia stavano mettendo a disagio lui e la cosca mafiosa a cui egli apparteneva. Protagonista della scena è proprio Antonio Pipitone, il padre di Lia, il quale raccontando l’evento tragico, ma anche le circostanze parallele e chi c’era e chi non c’era, tenta di ritrovare e spiegare il “suo” punto di vista.

Necessario e doloroso come una ragion di stato impone, schiacciato dal riflesso obliquo di un amore paterno. Il testo sembra dare al personaggio la sua rivincita, un’occasione di spiegare lui le ragioni, finalmente scevro da timori e occultamenti voluti dal codice mafioso, divenuto la prima ragione delle sue scelte, al di là di ogni ragionevole ed umano dubbio. La difficoltà di scrittura e di costruzione drammaturgica, si è mostrata nella scelta dei pesi narrativi non volendo privilegiare unicamente una lettura cronachistica o meramente sociologica.

Entrambe le direzioni di lettura sarebbero risultate troppo determinate e ciò avrebbe intimorito il personaggio; per cui lo si è lasciato libero di proferire, senza timori di smentita le espressioni del suo sentire, seppur dure o dissonanti rispetto al cosiddetto buon senso. Mi interessava proporre al pubblico le motivazioni che possono condurre un padre a meditare e progettare lo spegnersi di una vita a cui lui stesso ha dato origine.

Un tragico dissidio, la schizofrenica capacità di non perder, contestualmente, di vista i diversi estremi di ogni realtà; la sovrapposizione, solo teorica, di due opposti, proposta come possibile, unica, sufficiente e necessaria risorsa. Nelle parti monologanti la presenza di Lia è costante, quasi ossessiva nel parlare del padre, che alterna immagini di quotidiana familiarità ad altre di lunga e meditata sofferenza. Senza voler far ricorso ad artificiose spiegazioni, in un costante crescendo, le convinzioni del mafioso conducono sulla via della prevalente ragion di stato, lasciando schiacciate ma non ancor prive di residua forza le ragioni morali del padre. In scena, oltre all’attore che interpreta il padre, un’altra presenza maschile nel ruolo del picciotto, testimonianza e specchio della realtà che vive il padre e che lo aiuta nel processo di immedesimazione e presa di coscienza, fino al distacco finale (dell’azione che termina o della vita che si conclude).

Lo spettacolo vuole essere un’occasione per ascoltare, senza veli, una mentalità che poi si muta in cronaca, di cui spesso seguiamo i racconti dai media o le versioni agrodolci in mistificanti fiction che elevano a modelli i profili di tali soggetti. Per riflettere e non dimenticare affinché il vero dei fatti rimanga tale e la sua sostanza non diventi mera letteratura.

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