Chiusura Italcementi, i sindacati: "Quattro anni di parole, servono i fatti"

Nota - Questo comunicato è stato pubblicato integralmente come contributo esterno. Questo contenuto non è pertanto un articolo prodotto dalla redazione di AgrigentoNotizie

Non crediamo che la colpa sia del destino cinico e baro se le aziende continuano a scappare  e se nessuno si sogna di investire ad Agrigento. 
Cgil Cisl e Uil, da diverso tempo, hanno denunciato storture e abbandono della  nostra terra.

Abbiamo individuato anche le priorità per rendere appetibile al mondo economico un eventuale investimento in provincia. Abbiamo iniziato con la denuncia del Cartello Sociale ,condivisa dai sindaci, sfociata nella grande marcia del 25 gennaio scorso per protestare contro l'isolamento infrastrutturale. Poi, la pandemia ha rallentato la nostra iniziativa di mettere in campo quanto necessario per affrontare e portare a soluzione alcuni dei principali problemi. Adesso arriva la chiusura definitiva dell'impianto di Italcementi. Noi crediamo che tale scelta venga annunciata oggi ma, che la decisione sia stata assunta quando, nel 2014, si tagliò pesantemente l'attività lasciando in vita pochissimo. Era palese che sarebbe stata una questione di tempo. Adesso, sentiamo il sindaco costernarsi per tale notizia e dichiarare che non vuol lasciare la città in questo stato. Sono “belle parole”, ma in questi 4 anni cosa ha fatto per trovare alcune soluzioni? I primi tre li ha trascorsi  rispondendo agli incontri chiesti dal sindacato e promossi dalla Prefettura, firmando protocolli d'intesa che avrebbero impegnato l'amministrazione comunale di Porto Empedocle e Italcementi a favorire l'insediamento produttivo nella zona ex Italcementi ,obbligando le aziende subentranti  ad assumere i lavoratori licenziati. 

Ovviamente, sia Italcementi che il sindaco, non facevano a gara per  sollevare il problema del risanamento ambientale ,che per Legge doveva essere fatto da Italcementi. Per 4 lunghi anni tutto è andato liscio firmando protocolli pressochè inutili, almeno, sino a quando un'azienda agrigentina ha manifestato la volontà di insediare un'attività produttiva che ,da un lato consentiva il risanamento delle cave, e dall'altro avrebbe dovuto assumere alcuni dei lavoratori licenziati. Prima è stata Italcementi a perdere tempo sino a quando pressata da una paziente mediazione della Prefettura,  dai lavoratori e dalle OO. SS. ha firmato l'accordo con la nuova società che si era fatta avanti. Subito dopo arriva la sorpresa: il sindaco Carmina comincia a “balbettare” dicendo che sembravano pochi 4 lavoratori da assumere, che prima doveva vedere il progetto ecc. ecc.

Nel mese di maggio scorso arrivava in municipio la richiesta di approvazione dello studio di fattibilità sulle opere di recupero ambientale, rimasta nei cassetti per mesi; sino a quando la pressione verso il sindaco non ha costretto la stessa a chiedere un parere al responsabile dell'U.T.C.
Qui la sorpresa dalla richiesta di approvazione di uno studio di fattibilità.

L' ingegnere è chiamato a dare un parere su un progetto che di fatto non c'è, evitando accuratamente di fare esprimere dal punto di visto politico il consiglio comunale di dare un parere ,appunto politico, seppur condizionato ad un progetto esecutivo che rispetti tutte le norme. Da allora sono trascorsi sei mesi e ad oggi non si sa nulla. Ecco, cosa succede nella nostra terra. Le Aziende devono rincorrere mesi o anni le pubbliche amministrazioni per banali risposte. Affrontare costi che poi si rilevano inutili.

Adesso chiediamo al prefetto, che non manchiamo mai di ringraziare per l'importante e paziente lavoro che in queste circostanze riesce a fare nel provare a mettere in campo chi ha responsabilità per dare risposte ai lavoratori e alla collettività tutta ,di convocare le parti in causa per provare a dirimere questa vicenda e ,quantomeno, verificare le responsabilità ,se proprio non si vuole dare possibilità di sviluppo al nostro territorio.

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