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La ripresa dei contagi ammazza le piccole imprese: "Due su dieci a rischio chiusura"

L'indagine dei Consulenti del Lavoro: un milione di posti a rischio a causa della pandemia, i settori più colpiti l'alberghiero e la ristorazione. E intanto lo smart working non decolla: a fine settembre otto lavoratori su dieci erano tornati in sede

L'aumento dei contagi ammazza le piccole imprese: "Due su dieci a rischio chiusura"

nche in assenza di un vero e proprio lockdown l'escalation dei contagi rischia di provocare una vera e propria ecatombe tra le piccole e medie imprese. È quanto emerge da un'indagine svolta presso un campione di 5.000 Consulenti del Lavoro, tra il 22 settembre e il 19 ottobre: il 31,8% individua tra il 10 e 20% la quota di imprese che potrebbero interrompere la propria attività a seguito di nuovo picco pandemico e inasprimento delle misure restrittive. Non solo. Un altro 48,4% dei Consulenti del Lavoro formula previsioni ancora peggiori, individuando tra il 20 e 30% la percentuale di imprese che rischiano di chiudere. Solo il 19,8% si colloca sotto la soglia del 10%.

L'indagine dei Consulenti del Lavoro: un milione di posti a rischio

La situazione appare molto differenziata a livello geografico, pur nell’ambito di previsioni molto negative. Se al Nord, e in particolare al Nord Est, la netta maggioranza degli intervistati reputa che anche nel peggiore dei casi, la quota di aziende che si troverebbe costretta ad interrompere le proprie attività non supererebbe il 20%, al Centro e soprattutto al Sud, la situazione si presenta più critica: la maggioranza degli intervistati prevede il rischio di chiusura per più del 20% delle aziende

imprese a rischio coronavirus-2Covid, è emergenza imprese: i settori e i lavoratori che rischiano di più

Sono circa 1 milione i posti di lavoro alle dipendenze che le PMI potrebbero perdere tra inizio 2020 e 2021: un bilancio pesante
per 1,5 milioni di aziende con meno di 250 addetti i cui organici potrebbero contrarsi di circa il 10% Il possibile bilancio occupazionale a fine anno potrebbe essere drammatico in particolare per gli alberghi e la ristorazione, dove più della metà dei rispondenti (51,6%) prevede una riduzione degli organici superiore al 15%. Ma anche per le aziende che operano nella filiera del tempo libero e della cultura le previsioni sono critiche: il 27,2% dei Consulenti si aspetta una riduzione della base occupazionale tra il 10 e 15% e ben il 30% di loro una superiore al 15%.

crisi emergenza sanitaria imprese-2

Per entrambi i settori pesa e peseranno, infatti, ancora di più nei prossimi mesi, il crollo dei flussi turistici, e altresì le restrizioni
indotte dall’emergenza sanitaria, che penalizzano in misura determinante le attività legate all’intrattenimento (dalla ristorazione al fitness, ai cinema, agli eventi e spettacoli). Si presenta critico anche il bilancio per il commercio, che ha già dato un contributo importante ai negativi saldi di metà anno registrati dall’Istat.

posti di lavoro a rischio covid-2

Quali lavoratori rischiano di più

Tra sblocco dei licenziamenti e avvio delle ristrutturazioni aziendali a rischiare di più sono i lavoratori delle piccole aziende: come confermato da diversi elementi emersi dall’indagine, è in questo segmento produttivo che potrebbero concentrarsi il grosso delle perdite e determinare, per gli addetti che vi lavorano, un rischio molto maggiore rispetto a chi lavora in aziende più strutturate.ù

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Torna l'incubo cassa integrazione

Anche l’esclusione di un nuovo lockdown nazionale non placa dunque la paura di dover tornare a gestire una situazione emergenziale. Tra le principali criticità che dovranno essere affrontate, alla luce del riesplodere della pandemia, al primo posto vi sarà la ripresa del ricorso alla cassa integrazione, come indicato dal 62,8% dei rispondenti, conseguente all’inevitabile rallentamento di molte attività a seguito del mutato contesto.

A seguire, ma distanziati, il 42% circa dei rispondenti indica l’avvio dei processi di ristrutturazione, ritardati dal blocco dei licenziamenti, ma anche l’abbassamento dei livelli di produttività, elemento di crescente preoccupazione per la sostenibilità di tante piccole e medie attività.

cassa integrazione imprese-2

Le imprese sono preoccupate anche dalla gestione dell'emergenza sanitaria. Stando ai dati, sebbene il 59% dei Consulenti reputi che le aziende siano ad oggi attrezzate in materia di prevenzione (dispositivi di protezione, sanificazione ambienti, etc), queste non sarebbero comunque pronte a dover gestire nuove situazioni emergenziali. 

Al sud e nelle isole le aziende hanno investito poco in prevenzione

L’adeguamento alle norme di sicurezza per fronteggiare l’emergenza Covid-19 ha rappresentato uno sforzo importante per tante piccole e medie realtà che hanno dovuto riorganizzare spazi, logistica, procedure e lavoro. Il 59% dei Consulenti reputa che le aziende siano ad oggi abbastanza attrezzate a gestire la nuova fase d’emergenza per quanto attiene la salute e la sicurezza sul lavoro; addirittura, il 7,2% afferma che lo siano pienamente. Resta, tuttavia, una fascia importante di criticità, in particolare al Sud e nelle isole, dove il 45% degli intervistati considera che le PMI non siano attrezzate a far fronte alla nuova emergenza sanitaria, contro il 32,6% a livello nazionale.

Lo smart working che non decolla: a fine settembre ottto su dieci al lavoro in sede

La ripresa dei contagi riporta inevitabilmente al centro del dibattito anche il tema del lavoro “da casa” che per le piccole realtà si presenta più critico sia per le caratteristiche dell’attività svolta (più frequentemente di prossimità) sia per le maggiori difficoltà attuative. Diversamente dalle grandi, dove l’esperienza fatta durante il lockdown si è in parte consolidata, tra le piccole imprese la ripresa
delle attività ha coinciso in larga parte con il ritorno al lavoro “tradizionale”.

A fine settembre, sempre con riferimento alle PMI quasi 8 dipendenti su 10, che durante il lockdown avevano lavorato da casa, erano ritornati in sede mentre solo una minoranza (17,7%) proseguiva in remoto.

Anche in considerazione dei recentissimi dati sull’aggravamento dell’emergenza sanitaria, la maggioranza dei Consulenti conferma che le imprese faranno di tutto per tenere i lavoratori in sede: si esprime in tal senso il 56,9% degli intervistati, mentre il 43,1% pensa che utilizzeranno il più possibile il lavoro da casa. Solo al Nord Ovest tale indicazione appare più sfumata, e la metà del campione (50,5%) pensa che le imprese favoriranno il lavoro da casa. 

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