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Minacce di morte via social al sindaco, assolto giovane: "Finito un incubo"

Il trentenne Giuseppe Li Vecchi era accusato di avere creato una pagina facebook con contenuti intimidatori nei confronti dell'allora primo cittadino Leonardo Lauricella. "Ho sempre avuto fiducia che si potesse chiarire la mia posizione, non c'entravo nulla con questa storia. Il responsabile ne risponderà con Dio"

 

Per sei anni ha giurato che non era lui l'autore delle minacce social ai danni dell'allora sindaco di Siculiana, Leonardo Lauricella, e che il pc dello studio tecnico dove lavorava e dal quale sarebbero stati creati i contenuti intimidatori veniva utilizzato anche da altre persone.

I giudici della Corte di appello di Palermo, ai quali si è rivolto il difensore, l'avvocato Gianfranco Pilato, oggi lo hanno assolto "per non avere commesso il fatto". "Ho sempre avuto fiducia nella magistratura - commenta ora il trentenne Giuseppe Li Vecchi che ha pure pubblicato un video su youtube per ricostruire la vicenda e riabilitarsi dopo quello che ha definito 'un incubo". 

In primo grado, il 27 aprile di tre anni fa, il giudice monocratico Rossella Ferraro lo aveva condannato a sei mesi di reclusione. 

I fatti risalgono al novembre del 2015 quando su facebook apparse una pagina dal titolo “A morte il sindaco di Siculiana perché nel paese non ha fatto una m…”. All'interno una serie di minacce e insulti. Il tutto accompagnato da una foto di proiettili e un messaggio col quale lo si invitava a guardarsi le spalle perché ci sarebbe stata “una pallottola calda” per lui. L’indagine della Procura si era spinta persino in California dove ci sono gli uffici di Facebook. L’inchiesta si concentrò su uno studio tecnico di un ingegnere a cui gli inquirenti erano giunti grazie all'identificazione dell’utenza telefonica, il cui collegamento Wi-Fi era stato utilizzato per la creazione di un falso profilo che sarebbe stato utilizzato per creare la pagina.

Nella vicenda erano state coinvolte altre quattro persone, tutti ragazzi, che frequentavano il suo studio per ragioni lavorative o personali. Il pm titolare dell’inchiesta aveva delegato alcuni accertamenti ai carabinieri che hanno provveduto a sequestrare pc, tablet, smartphone e altro materiale informatico di tutte le persone che frequentavano lo studio tecnico. Nessun elemento per gli altri indagati la cui posizione era stata archiviata. A processo era finito il solo Li Vecchi che ha sempre negato di essere l'autore di quella pagina.

Agli atti dell'inchiesta anche una relazione di servizio, redatta da un carabiniere suo amico, al quale confidò di non essere l'autore di quella pagina, sul quale la difesa ha puntato molto nell'atto di appello. 

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