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Università ad Agrigento, 5 anni di promesse mancate e di danni incalcolabili

Dopo il tentativo, fallito, di chiudere i rapporti con Palermo oggi scopriamo che è grazie ad Unipa che sarà possibile aprire nuovi corsi nella nostra citta, chi pagherà il tempo perso?

Per chi da qualche anno si occupa delle vicende tormentate del Consorzio universitario di Agrigento, gli annunci gloriosi di queste ore della strutturazione di una nuova e credibile offerta formativa grazie - e solo grazie - al ritorno nella nostra provincia dell'Università di Palermo, sanno un po' di contraddittorio.
Basta fare un passo indietro di appena 5 anni. Siamo nel 2013, presidente del Cupa era, all'epoca, Maria Immordino, gli studenti erano circa 3mila e l'offerta formativa, già parzialmente orfana di alcuni corsi, era comunque ancora consistente. E' stato però, per molti versi, quello l'inizio della fine. Potremmo elencare decine di annunci e appelli, incontri con le deputazioni, mani tese da parte di rettori e parlamentari, impegni solenni disattesi e corsi pronti ad essere inaugurati dei quali si è persa traccia. Potremmo inoltre dire che alcune vicende, dal debito con l'Università di Palermo per le docenze alla già prevista difficoltà di garantire continuità alla struttura in assenza di contributi Regionali e del Libero Consorzio di Agrigento (letteralmente “cacciato” nel corso di una memorabile riunione di assemblea dei soci per spostare l'asse della guida sul Comune di Agrigento e aprire poi la breve fase Armao) erano note da anni. I milioni di euro dovuti ad Unipa (9 milioni sono stati inseriti in un provvedimento esecutivo, oggi “galleggiante” in attesa di un accordo transattivo, ma il rettore Micari ha parlato di debiti per 12 milioni almeno) sono ad esempio conosciuti dal 2013/2014, quando la loro esistenza fu rilevata dall’allora presidente della Camera di Commercio Vittorio Messina. Le somme non furono mai inserite in bilancio perché si ritennero non dovute.  Di parere diverso fu Palermo, che continuò ad iscriverle nei documenti finanziari, a questo punto a ragione.

Nuovi corsi al Cua, Firetto: "L'università riparte davvero"

Perché negare quelle somme? Qualcuno ad Agrigento ha sbagliato? Nessuno sembra porsi la domanda. Certamente i rapporti tra Unipa e Cupa sono da sempre caratterizzati da una sorta di “Complesso di Edipo”.                                                Durante la presidenza Immordino Palermo era individuato come l’unico faro di salvezza, facendo coincidere – come si è sempre fatto, in realtà – il Polo Universitario, ovvero la struttura palermitana che si occupa della gestione dei corsi di studi dipendenti dal capoluogo di regione, e il Consorzio, struttura nata da un atto notarile tra enti che, teoricamente, dovrebbe raccogliere risorse, economiche e accademiche, da più soggetti. Di parere diverso era già allora il suo vicepresidente, Giovanni Di Maida, che già all'epoca iniziò ad accarezzare l'idea di una indipendenza da Palermo, sostenuta da Armao e dallo stesso Busetta (la linea è: “nessun rapporto esclusivo”), strada che però non ha ancora portato oggettivamente frutti. Anzi. Se da 5 anni al Cupa si ostenta ottimismo e si chiudono saracinesche, appare strano come oggi l'unica speranza concreta (al netto di università rumene, corsi di formazione superiore da 2500 euro annui eccetera) torni ad essere l'università di Palermo, accusata per una fase di essere un madre matrigna e oggi abbracciata come unico faro di speranza per il Consorzio. 

Nuovi corsi al Cua, è davvero finita l'emergenza?

Anzi, la precedente governance oltre a tentare in ogni modo di tagliare i ponti con Micari (che manco a dirlo diventerà nel 2017 un avversario politico di Armao, oggi assessore al Bilancio) salì sulle barricate per impedire il cosiddetto "decreto Baccei" che subordinava i trasferimenti Regionali al potere sulla governance da parte delle università di riferimento, salvo poi firmarne uno con il governo Musumeci che per larghe parti continua a dare potere alle università centrali (che hanno chiesto, e continuano a chiedere, potere decisionale e copertura economica per aprire un corso). Se non è zuppa, insomma, è pan bagnato. Così l'impressione che ne deriva, a raccontare queste vicende una dietro l'altra - e aggiungendoci che, ad esempio, i trasferimenti dei corsi agrigentini a Trapani da parte di Unipa non ha portato esattamente i risultati sperati - è che sul terreno del Cua (che in questi anni ha perso anche "P” per motivi ancora poco chiari) si sia giocata una lunga guerra di potere, di posizione e di controllo per la quale nessuno ha pagato e che, soprattutto, non ha prodotto alcun risultato. 
 

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