Sabato, 16 Ottobre 2021
Cronaca

Truffa dei migranti, la difesa: "Niente indizi e fatti vecchi per giustificare le misure"

Operazione "Omnia": i legali di quattro dei sei indagati chiedono l'annullamento del provvedimento restrittivo al tribunale del riesame. Domani si discute del sequestro dei beni

"Non ci sono gravi indizi di colpevolezza a carico degli indagati e, in ogni caso, si tratta di episodi che risalgono al lontano 2015. Sono fatti datati nel tempo che non possono giustificare alcuna misura cautelare".

Gli avvocati Daniela Posante e Antonella Arcieri, difensori di quattro dei sei indagati dell'operazione "Omnia" che ha svelato una presunta truffa nella gestione dei centri di accoglienza di migranti, hanno chiesto la revoca del provvedimento cautelare che impone loro l'obbligo di firma e il divieto di contrarre con la pubblica amministrazione. 

Il 18 febbraio, i finanzieri del Comando provinciale di Agrigento hanno eseguito l'ordinanza, firmata dal gip Francesco Provenzano su richiesta del procuratore aggiunto Salvatore Vella e del sostituto Elenia Manno. Per i sei indagati, accusati di associazione a delinquere e truffa, è stato disposto il divieto di contrarre con la pubblica amministrazione e l'obbligo di firma.

Si tratta di Francesco Morgante, 52 anni; Anna Maria Nobile, 49 anni; Giovanni Giglia, 56 anni; Giuseppe Butticè, 56 anni; Alessandro Chianetta, 36 anni; tutti di Favara e lo stesso Massimo Accurso Tagano, 48 anni, di Agrigento, responsabili con diversi ruoli della Omnia. Emesso anche un decreto di sequestro preventivo di beni per un valore di oltre un milione e trecentomila euro: tra questi conti e rapporti bancari e finanziari riconducibili agli indagati, dieci unità immobiliari (tra cui due lussuose ville nel territorio agrigentino), e altri beni immobili. 

L'ipotesi degli inquirenti, che sulla vicenda indagano dal 2015, è che i responsabili della associazione che gestiva 15 centri di accoglienza e fatturava anche 5 milioni di euro in un anno, facessero la cresta sull'accoglienza con i migranti che risultavano ospiti di più strutture contemporaneamente quando, invece, erano stati trasferiti o, addirittura, erano finiti in carcere.

Butticè, Giglia, Morgante e Nobile, in occasione dell'interrogatorio, si erano avvalsi della facoltà di non rispondere. I loro difensori, questa mattina, nel corso dell'udienza, celebrata da remoto, hanno chiesto al tribunale del riesame di Palermo di revocare il provvedimento restrittivo. Un primo aspetto sollevato dagli avvocati Posante e Arcieri è quello relativo alla presunta nullità: in particolare, secondo i difensori, il gip avrebbe omesso di "motivare l'ordinanza in maniera autonoma adducendo fra le ragioni anche quella del pericolo di fuga che la Procura non ha sollevato". 

Nel merito è stato, inoltre, sostenuto che "il quadro indiziario non è robusto e non vi è alcuna esigenza cautelare, a distanza di tanti anni e con le strutture che sono chiuse da tempo". I giudici decideranno nei prossimi giorni.

Domani, invece, gli stessi difensori, nonchè l'avvocato Calogero Sferrazza, difensore di Accurso Tagano (l'ordinanza che impone la misura cautelare personale non è stata impugnata) chiederanno ai giudici del tribunale del riesame di Agrigento di annullare il sequestro dei beni degli indagati. L'udienza si celebrerà davanti ai giudici della prima sezione penale presieduta da Alfonso Malato.

L'inchiesta avrebbe accertato anche un giro di false fatturazioni che sarebbero servite a simulare forniture di acqua e capi di abbigliamento, per importi milionari, ritenute inesistenti. Dalle fatture risulterebbe che a ciascun migrante sarebbero stati distribuiti 15 litri d'acqua al giorno e sarebbero state persino acquistate delle costose scarpe di marca dell'importo di 150 euro ciascuno.

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