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La sentenza

Trovato in carcere con un cellulare, il giudice assolve 29enne: "Il fatto non costituisce reato"

A chiedere come ricaricare il telefonino alla polizia Penitenziaria era stato lo stesso imputato. Il magistrato non ha ritenuto provata la sussistenza dell'elemento soggettivo del reato: dolo a titolo generico

"Il fatto non costituisce reato". Lo ha stabilito il giudice della seconda sezione penale del tribunale di Agrigento, Fulvia Veneziano, che - con formula pienamente liberatoria - ha assolto Ebrima Ceesay, gambiano di 29 anni, difeso dall'avvocato di fiducia Gaspare Lombardo. 

L'immigrato è finito sotto processo perché, in concorso con ignoti, mentre era detenuto alla casa circondariale "Pasquale Di Lorenzo" di Agrigento ha indebitamente ricevuto ed utilizzato un telefono cellulare. Il pm, durante la requisitoria, aveva chiesto la condanna dell'imputato ad un anno di reclusione. La difesa - rappresentata appunto dall'avvocato Gaspare Lombardo - aveva invece chiesto l'assoluzione.

La polizia penitenziaria del carcere di contrada Petrusa di Agrigento, nel luglio del 2021, aveva trovato l'immigrato, nel cortile della casa circondariale, in possesso di un telefono cellulare. Telefonino, comprensivo di scheda telefonica, che era stato, naturalmente, subito posto sotto sequestro.

Secondo quanto ha fatto rilevare la difesa dell'imputato, il giorno prima - subito dopo l'arresto e al momento dell'ingresso nella casa circondariale - il gambiano aveva consegnato un telefonino. Indossava però un paio di pantaloncini multitasche laterali. E' emerso durante il processo (era stato rinviato a giudizio il 24 gennaio di quest'anno) che l'imputato, al momento dell'ingresso in carcere, non si ricordava di averlo in tasca, a differenza degli altri oggetti consegnati. Quando è stato tenuto in isolamento fiduciario, il giovane non ha indossato i pantaloncini perché sentiva caldo. Li ha indossati invece il giorno dopo durante l'ora d'aria, realizzando appunto di avere con se il telefonino. Non pensava - tanto è emerso sempre durante il processo - di non poterlo utilizzare visto che non gli era stato sequestrato. Poiché il cellulare era scarico, il gambiano ha pensato di chiamare l'agente di polizia Penitenziaria per chiedergli come fare a ricaricarlo.

E' vero che il giovane immigrato è stato trovato in possesso di un dispositivo elettronico, la cui detenzione in carcere è appunto vietata, ma alla luce della versione dei fatti narrata dall'imputato, il giudice non ha ritenuto provata la sussistenza dell'elemento soggettivo del reato: dolo a titolo generico. Durante il processo, sulla base delle dichiarazioni testimoniali, è emerso infatti che non è escluso che il cellulare fosse sfuggito tanto alla polizia Penitenziaria quanto al giovane immigrato. Si è arrivati quindi, grazie a quanto evidenziato dall'avvocato di fiducia Gaspare Lombardo, ad una sentenza di piena assoluzione.   

 

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