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La tragedia alla diga di Naro / Naro

Lo schianto da 30 metri e i due operai morti, figlia di una vittima in aula: "Non doveva fare quei lavori"

Cettina Gallo ha lanciato accuse precise al processo: "Mio padre era un idraulico, fu convinto a fare quella sverniciatura perchè era attesa un'ispezione"

"Mio padre era un idraulico, non doveva fare quei lavori ma fu convinto a farlo perchè era prevista un'ispezione e non ci fu il tempo di rivolgersi a una ditta esterna". Cettina Gallo, figlia di Francesco, morto a 61 anni insieme al collega Gaetano Camilleri, di 5 anni più giovane, in un incidente alla Diga Furore di Naro, racconta così in aula la sua versione dei fatti lanciando accuse precise. 

La tragedia, secondo quanto ipotizzato dalla Procura, sarebbe stata provocata da una serie di negligenze organizzative e carenze strutturali. L'incidente è avvenuto il 9 ottobre del 2017. I due operai, che dovevano eseguire dei lavori di manutenzione straordinaria in alcuni locali che si trovavano a quasi 32 metri di profondità, sarebbero saliti su un "cestello di realizzazione artigianale e non omologato, utilizzato impropriamente come attrezzatura di sollevamento".

Gli imputati sono: Francesco Mangione, 55 anni, di Raffadali, operaio istruttore che avrebbe azionato con una pulsantiera il cestello che, anziché calare i due operai gradualmente fino ai locali dove avrebbero dovuto lavorare, precipitò per la rottura di un anello ossidato; Giuseppe Cacciatore, 63 anni, di Agrigento, ingegnere responsabile per la sicurezza sul lavoro nella diga; Pietro Francesco Antonio Di Benedetto, 68 anni, di Palermo, responsabile del servizio di prevenzione; Francesco Greco, 61 anni, di Santa Flavia (Palermo), delegato alla sicurezza sul lavoro; Luigi Plano, 53 anni, di Raffadali, preposto alla Diga Furone e Biagio Sgrò, 63 anni, di Enna, responsabile del servizio di gestione infrastrutture del dipartimento regionale dell'Acqua e dei rifiuti di cui le due vittime erano dipendenti. 

La figlia di Gallo, rispondendo al pm Cecilia Baravelli - ha ricostruito quanto il padre le avrebbe raccontato nei giorni che hanno preceduto la tragedia.

"Mi disse che dovevano fare delle opere di manutenzione straordinaria e di sverniciatura e che non c'era tempo per rivolgersi a una ditta esterna perchè dovevano ricevere un'ispezione. Per questo - ha aggiunto la donna - fecero ricorso al personale che lavorava con altre mansioni, Mi disse che a convincerlo furono due ingegneri, uno si chiamava Cacciatore e dell'altro non ricordo il nome". 

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