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Venerdì, 21 Gennaio 2022
Cronaca Ravanusa

Sopravvissuti, familiari e sgomberati sotto choc, lo psicologo: "Così abbiamo detto al ragazzo che nel sacco c'era il papà"

Oltre venti i professionisti mandati dall'Asp che si danno il turno per assistere i congiunti delle vittime della strage di via Trilussa, ma anche gli sfollati. Oltre cento persone rimaste senza casa dopo la deflagrazione avvenuta sabato sera

''E' stata dura. E' sempre difficile, ma è il nostro mestiere. Il momento più complicato è stato quando siamo arrivati sul luogo dell'esplosione e avevano appena estratto i primi tre cadaveri e i familiari erano lì. Attoniti, increduli, disperati, gridavano per i dolore. Erano in crisi profonda''. A parlare con l'Adnkronos è Giuseppe Infurchia, che coordina l'equipe degli psicologi dell'Asp di Agrigento. Oltre venti professionisti mandati dall'Asp e che si danno il turno per assistere i familiari delle vittime, ma anche gli sfollati. Oltre cento persone rimaste senza casa dopo la deflagrazione avvenuta sabato sera in via Trilussa a Ravanusa. Un altro momento ''molto duro e difficile'' è stato quando Infurchia ha dovuto dire a un giovane che nel sacco a pochi metri da loro c'era il corpo senza vita del padre. ''Era appena arrivato da Milano dove lavora -racconta Infurchia - Ha visto la sua casa crollata. E i suoi genitori sotto le macerie. Aspettava che trovassero i genitori. Ma non sapeva che il corpo del padre era lì a due passi, in un sacco nero. Era uno dei tre cadaveri appena estratti.Nessuno aveva il coraggio di dirgli che lì dentro c'era il padre a cui era molto legato. Noi abbiamo lavorato su come informare e contenere il dolore straziante di questa persona''.

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Gli psicologi dell'Asp hanno anche istituito una rete familiare con i parenti. ''Poi abbiamo comunicato tutto a quel giovane, che era straziato dal dolore, gli siamo stati vicini tutto il giorno''.  ''All'indomani è stata estratta anche la mamma - racconta ancora Infurchia - e lui ha dovuto fare il riconoscimento formale, siamo  andati insieme. L'ho accompagnato. Sono sempre momenti difficili.  Anche da spiegare''. Ma come reagiscono i familiari di una vittima  quando vedono arrivare una persona estranea, che dice di volere aiutare? ''Ci sono due momenti - spiega Infurchia - il primo impatto è quando a una persona arriva una notizia tragica, e non vuole nessuno, né lo psicologo né il prete. Come ha fatto all'inizio questo ragazzo, che ci ha mandato a quel paese. Poi, passato l'impatto, con molta discrezione, il giovane ha contenuto il suo dolore. Successivamente si instaura un contatto, e condividono il loro dolore. Noi abbiamo una  strategia''.

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