"Non raggirarono disabile svuotandogli il conto e facendo sparire 300mila euro", due assolti

Vittima dei presunti raggiri sarebbe stato lo zio di uno degli imputati, l'inchiesta avviata dopo la morte dell'uomo ma il processo ha chiarito i fatti

Foto archivio

Assoluzione perché il fatto non sussiste: il giudice monocratico del tribunale di Agrigento, Antonio Genna, ha scagionato due ravanusani accusati di avere approfittato delle precarie condizioni psichiche di un uomo – zio di uno di loro – per sottrargli oltre 300 mila euro facendogli modificare il beneficiario di un’assicurazione sulla vita e facendosi intestare dei titoli.

Quando l’anziano morì, i familiari si accorsero che l’eredità era stata azzerata e presentarono una denuncia. Al termine del processo, però, Stefano Lana, 63 anni, e Calogero Capizzi, 64 anni, sono stati scagionati dalle accuse di circonvenzione di persone incapaci e appropriazione indebita. Lana, secondo quanto sosteneva la Procura, approfittando della debolezza psichica dello zio, l’avrebbe condotto nella filiale Unicredit di Ravanusa, dove teneva gran parte dei suoi rapporti bancari, e soprattutto lavorava l’amico Capizzi.

L’anziano sarebbe stato indotto a trasferire dei titoli, per un importo di 120 mila euro, e attivare un conto corrente intestato allo stesso Lana sul quale farli confluire. Inoltre lo stesso nipote si sarebbe fatto indicare come beneficiario di tre polizze (due da 20.000 euro ciascuna e una da 165.000 euro) sulla vita sostituendosi alla zia. Il tutto, sostiene l’accusa, in violazione degli eredi legittimi e testamentari.

Una seconda accusa, invece, è quella di appropriazione indebita contestata al solo Lana. Il nipote dell’anziano, le cui condizioni mentali non gli avrebbero consentito di autodeterminarsi, si sarebbe impossessato delle somme di denaro di proprietà dello zio, di cui ne aveva avuto la disponibilità con le operazioni precedenti, attraverso operazioni di prelievi e giroconti fino allo svuotamento del conto.

L’inchiesta fu avviata subito dopo la morte dell’anziano e l’avvio delle pratiche per la successione ereditaria. L’uomo, infatti, era notoriamente benestante e la circostanza che non lasciò un euro apparse inverosimile. Ben undici parenti erano pronti a dare battaglia in aula per ottenere la sua condanna e il risarcimento dei danni.

I difensori (Lana è stato assistito dall’avvocato Antonino Gaziano, Capizzi dal legale Ignazio Valenza) hanno sostenuto che non c’era stato alcun raggiro, che si trattava di operazioni concordate e, in ogni caso, la reale ricostruzione delle operazioni finanziarie fosse diversa da quella ipotizzata. Il pm Roberto Gambina aveva chiesto la condanna a 2 anni e 2 mesi per Lana, riqualificando l’accusa di appropriazione indebita in “sottrazione di cose comuni”; un anno e dieci mesi per Capizzi. 

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