Cronaca Raffadali

"Nessun riscontro all'accusa di avere ordinato l'omicidio del padre", chiesta archiviazione

Il collaborante Antonino Mangione aveva indicato in Francesco Mangione, figlio di Pasquale, il mandante del delitto che sarebbe stato deciso per l'atteggiamento molesto del pensionato che dava discredito in paese

"L'indagine, con riguardo alla posizione del figlio dell'indagato, non ha consentito di trovare alcun riscontro alle dichiarazioni del collaborante". Il pubblico ministero Sara Varazi, con queste motivazioni, ha chiesto l'archiviazione dell'inchiesta a carico dell'imprenditore Francesco Mangione, 48 anni, indagato con l'accusa di essere il mandante dell'omicidio del padre Pasquale, avvenuto il 2 dicembre del 2011.

Ad accusarlo era stato un collaborante che avrebbe preso parte all'organizzazione dell'omicidio - il quarantunenne Antonino Mangione, solo omonimo della vittima - che raccontò di avere ricevuto la richiesta di organizzare il delitto proprio dal figlio del sessantanovenne.

"Mi chiese se potevo organizzare l'omicidio del padre, era diventato un fastidio per lui perchè andava in giro a molestare donne in paese. Mi diede 5mila euro che spartimmo con Roberto Lampasona e Angelo D'Antona, altri 1.300 euro li pagò a parte per la pistola che acquistai da un palmese". Così il collaborante ha raccontato i fatti.

Per questa vicenda, oltre allo stesso Antonino Mangione, sono stati arrestati anche Lampasona e D'Antona che, materialmente, avrebbero commesso l'omicidio, a colpi di pistola e colpendo la vittima con il calcio della stessa arma, nell'abitazione di campagna della vittima. 

Nell'indagine, in un primo momento, era coinvolto anche il presunto capo del nuovo mandamento Francesco Fragapane, con l'accusa di avere dato una sorta di benestare all'omicidio su richiesta di Lampasona, ritenuto da sempre legato alla mafia anche se è stato sempre assolto.

Per Lampasona e D'Antona, già finiti a processo, sono arrivati - stando a quanto sostenuto da pm, gip e tribunale del riesame - i riscontri alle accuse di Antonino Mangione. Alcune intercettazioni, in particolare, proverebbero i timori di una collaborazione con la giustizia di Antonino Mangione, la paura di essere scoperti e la conoscenza di alcuni dettagli che solo chi aveva commesso il delitto poteva sapere. 

Per il figlio della vittima, che ha nominato come difensore l'avvocato Giuseppe Barba, al di là delle dichiarazioni del collaborante, che per legge devono essere riscontrate a prescindere dalla sua attendibilità, non è stato mai raccolto alcun elemento. Dopo l'indagine in stato di libertà è arrivata, quindi, la richiesta di archiviazione su cui si dovrà pronunciare il gip. 

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