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Operazione "Dolce Vita", carabinieri in aula: "Ecco come venivano reclutate le squillo"

Due sottufficiali ricostruiscono le indagini avviate dopo una telefonata sospetta, le intercettazioni hanno poi confermato le ipotesi

"Un'intercettazione casuale fra Giovanni Corvaia e l'utenza del Velvet fece sospettare che ci potesse essere un giro di squillo attorno al locale Dolce Vita. Le intercettazioni telefoniche e ambientali e gli accertamenti successivi hanno confermato questa ipotesi".

I marescialli dei carabinieri Santo Bonsignore e Salvatore Mancuso hanno raccontato così, in aula, la genesi dell'operazione "Dolce Vita" che sgominò un giro di prostitute rumene allestito attorno all'omonimo locale lungo la strada industriale. Il processo è alle battute iniziali davanti ai giudici della seconda sezione penale, presieduta da Wilma Angela Mazzara. 

Le accuse contestate sono di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina ed esercizio della prostituzione. Gli imputati avrebbero procacciato le prostitute rumene pagando loro il viaggio e promettendo facili guadagni. Per l'ingresso in Italia, in quegli anni più complesso perchè la Romania non faceva parte dell'Unione europea, avrebbero attestato falsamente l'ospitalità per altri motivi.

"Le procedure di ingresso in Italia - ha detto Bonsignore rispondendo al pubblico ministero Elenia Manno e ai difensori degli imputati, fra gli altri gli avvocati Aldo Virone, Daniele Re e Diego Galluzzo - non erano lecite, peraltro le rumene venivano arruolate nel locale senza un vero e proprio contrattodi lavoro".

Una volta arrivate in Italia le ragazze, sostiene l'accusa, venivano fatte prostituire nel night "La dolce vita", nella zona industriale della città, che ha dato il nome all'operazione. All'interno del locale notturno vi sarebbero stati dei camerini dove le ragazze vendevano il loro corpo ai clienti.

Quattro gli imputati. Si tratta di Mario Ciulla, 37 anni, di Agrigento; Vito Destro, 55 anni, favarese; Andrea Amato, 51 anni, di Porto Empedocle e Antonio Caramazza, 46 anni, di Favara. La difesa, in precedenza, aveva sottolineato che i fatti risalivano al 2005 e non erano, a giudizio dei legali degli imputati, più punibili. Secondo i giudici della seconda sezione penale, invece, la prescrizione non è ancora maturata. 

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