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Il peschereccio egiziano il giorno del salvataggio dell'equipaggio

Il peschereccio egiziano il giorno del salvataggio dell'equipaggio

Lampedusa, pescatori egiziani: destino incerto per il 13enne

Non sono rifugiati, non sono migranti, vogliono solo riparare il peschereccio incagliatosi il 22 febbraio scorso a Cala Maluk i quattro pescatori egiziani ancora su suolo italiano senza uno status ben definito, dato che rende difficile capire chi debba "gestire" la loro situazione. Lo stesso dicasi del 13enne che era con loro e che in un primo momento aveva espresso la volontà di rimanere in Italia, cambiando poi repentinamente idea dopo l'affidamento temporaneo a una famiglia di Aibi

Delle 14 persone tratte in salvo dopo lo scorso 22 febbraio, quando il peschereccio battente bandiera egiziana su cui viaggiavano si è incagliato in località Cala Maluk,  9 sono state rimpatriate senza problemi.

In atto, però, sulla maggiore delle Pelagie sono rimasti 4 adulti, fino a poche ore fa senza un posto dove dormire, e un ragazzino di 13 anni: poco convinto sul da farsi, così come anche le autorità competenti che, pare, per rispettare le volontà del piccolo le stanno provando tutte.

I fatti sono questi: i quattro pescatori, il cui status è ovviamente non ben definibile, sono rimasti a Lampedusa con l'intenzione di riportare a casa l'imbarcazione che, però, necessita di riparazioni prima di riprendere il mare. E nel loro caso si tratterebbe di adulti stranieri su suolo italiano senza documenti di identificazione, fatta eccezione per il tesserino da pescatori che pare, anche qui il condizionale è d'obbligo prima di avere le dovute conferme, la Questura avrebbe ammesso e ritenuto valido quale documento di riconoscimento (forse anche dopo le rassicurazioni del Consolato).

Mentre il ragazzino, che in una prima fase aveva detto di non voler essere rimpatriato, pare abbia cambiato idea. Dopo una serie di "disguidi" in fatto di competenze, i funzionari della Questura agrigentina avrebbero, mostrando grande delicatezza, evitato il rimpatrio forzato, assecondandolo. Quindi, non avendo parenti tra gli uomini rimasti, sarebbe stato dapprima affidato dal Tribunale dei minori di Palermo ai servizi sociali lampedusani che, in assenza di una struttura idonea ad ospitarlo, lo avrebbero poi collocato in affido temporaneo a una delle famiglie dell'associazione "Aibi-Amici dei Bambini". Ma qui pare sia rimasto appena mezz'ora, chiedendo poi di essere riportato dai suoi connazionali nella struttura alberghiera che fino a oggi, dal giorno del salvataggio, li aveva ospitati.

Nella giornata di oggi l'albergo ha però dovuto chiedere agli ospiti non paganti di lasciare le stanze, con la conseguente incertezza di dove avrebbero pernottato, bambino compreso. I quattro non sono migranti, nè rifugiati. Il ragazzino non può, come gli adulti seppure per altri motivi, essere ospitato nel Centro di prima accoglienza, nè vuole stare con la famiglia affidataria.

La soluzione, seppure temporanea, l'ha trovata il Comune lampedusano per tramite dell'Ambasciata egiziana (o del Consolato, non è dato saperlo vista la frammentarietà delle notizie, ndr) che si sarebbe posta quale garante delle spese di ospitalità finora sostenute e di quelle a venire, a valere poi sull'armatore. Lo stesso Comune avrebbe anche predisposto una sorta di servizio di sorveglianza all'esterno della struttura ricettiva per garantire l'incolumità del piccolo e un'assistente sociale che si occuperà di lui.

Domani mattina si attende intanto l'ulteriore dispositivo del Tribunale per il minori che stabilirà dove il ragazzino dovrà andare: e probabilmente deciderà per il trasferimento in uno dei centri agrigentini che si occupano di minori non accompagnati. Questo in attesa che i pescatori ricevano i pezzi di ricambio utili alla riparazione, già spediti dall'armatore e in arrivo in un paio di giorni.

Poi, forse, potrebbe tornare a casa con loro.

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