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Sei scomparsi in due anni, ecco perché ritrovarli è spesso impossibile

Le vite sospese dei familiari. I casi con un'ampia rilevanza mediatica e quelli che rimangono anonimi. "C'è una carenza di risorse e figure specializzate nelle ricerche", dice Emanuela Zuccagnoli, segretario nazionale di Penelope Italia

L'ultimo a scomparire nel nulla, era il 13 maggio del 2020, è stato il favarese Giuseppe Fallea di 84 anni. Viaggiava a bordo della sua Chevrolet Matiz di colore grigio che venne ritrovata, il 22 giugno dello stesso anno, nelle campagne di Casteltermini. All'inizio di gennaio del 2019 scomparve, ma da Marsala dove era ricoverato in una struttura sanitaria, Angelo Gentile, 48 anni, originario di Santo Stefano Quisquina. Prima ancora - il 25 settembre del 2018 - sparì Gioacchino Vella, 42 anni all'epoca della sparizione, di Palma di Montechiaro. Il caso più eclatante è stato naturalmente quello di Gessica Lattuca, 27 anni, mamma di quattro bambini piccoli di Favara. La ragazza sparì nel nulla il 12 agosto del 2018. Il 17 aprile dello stesso anno scomparve invece Giuseppe Gulli, pensionato di 86 anni, di Menfi e prima ancora - era il 19 gennaio del 2018 - a Racalmuto scomparve Giuseppe Alaimo, allora 63enne. 

Sono 6, tutti agrigentini, tra le 68.027 persone scomparse e mai più ritrovate dal 1° gennaio 1974 al 30 novembre 2021, secondo l'ultima relazione del commissario straordinario del governo per le persone scomparse.

Perché ritrovare una persona scomparsa spesso è impossibile?

Sopravvivere a una persona inghiottita dall'ombra è come vivere sospesi. Dove è andato quel figlio, quel marito, quel fratello, quell'amico? E perché? Cosa è accaduto? È ancora viva in qualche parte del mondo o è morta quella mamma? E se è morta, come? Per mano di chi? I familiari di una persona scomparsa combattono sul filo tra la speranza (o è un'illusione?) che il proprio caro stia bene e magari si sia ricostruito un'esistenza altrove e l'angoscia atroce senza conferme che qualcuno gli abbia fatto del male. Ogni anno sono migliaia le persone che scompaiono in Italia. Soltanto nei primi undici mesi del 2021 risultano 17.650 denunce di scomparsa registrate nella banca dati del Ced, il Centro elaborazione dati interforze del Viminale: di queste, 8.767 riguardano soggetti che sono stati ritrovati, mentre quelli ancora da ritrovare sono 8.883.

Ci sono volti e nomi che tutti conosciamo: Denise Pipitone, Angela Celentano, Emanuela Orlandi, solo per citarne alcuni.  Le loro storie, raccontate spesso senza risparmiare curiosità morbose e alimentare voci infondate, sono solo la punta dell'iceberg. Migliaia sono gli scomparsi di cui nessuno ricorda più nulla, tranne i familiari. Perché ritrovare una persona scomparsa spesso è impossibile? Come funziona il sistema delle ricerche e quali sono gli errori da evitare? Come deve comportarsi una famiglia e qual è il ruolo dei media? Ne abbiamo parlato con Emanuela Zuccagnoli, segretario nazionale di Penelope Italia, associazione che offre supporto alle famiglie alle prese con il dramma di una scomparsa.

Di cosa si occupa in concreto l'associazione Penelope, che nel 2022 compie vent'anni?
   
"La scomparsa di una persona è una profonda ferita sempre aperta. Attesa e speranza si confondono nel dramma della sospensione di vita, un limbo di incertezza che costringe i familiari a vivere nel solco di una condanna. I familiari vengono catapultati in quella che viene chiamata la terra del niente, dove sono confinate le vite di chi rimane alla ricerca quasi "spasmodica" di un segno, di una traccia, di un segnale. Insomma di un qualcosa che possa "far capire" cosa sia successo. Fu Gildo Claps, fratello di Elisa Claps, scomparsa nel 1993 il cui corpo è stato ritrovato nascosto per 17 anni nella soffitta della chiesa della Santissima Trinità di Potenza, ad avere l'idea di riunire nel 2002 alcune famiglie di persone scomparse. Tutte legate fra di loro da sentimenti di sofferenza, dalla ricerca di risposte comuni, dall'esigenza di condivisione. Nacque così in Italia un'associazione di volontariato formata dai familiari ed amici delle persone scomparse per creare momenti di incontro tra le famiglie, per condividere le esperienze, per comprendere dalle esperienze personali le criticità legate alle scomparse, per farsi promotori di istanze presso le istituzioni centrali e locali affinché venissero messe in atto linee di comportamento condivise, dalla raccolta della denuncia, alle ricerche, alle indagini etc. La "mission" principale di Penelope Italia e delle proprie sezioni territoriali è andare in soccorso delle famiglie che si trovano a vivere l'esperienza della scomparsa. Penelope Italia interviene dando supporto psicologico e assistenza legale".

Quali sono le linee guida e i protocolli da seguire in linea generale per la ricerca delle persone scomparse?

"Le prime linee guida per la ricerca delle persone scomparse risalgono al 2010, addirittura precedenti alla legge 203 del 2012. Sono frutto di tre anni di lavoro dei vari commissari di governo per le persone scomparse e delle forze dell'ordine che raccogliendo le testimonianze delle famiglie di Penelope hanno elaborato un vademecum di comportamenti da adottare in caso di scomparsa. Negli anni successivi la legge 203/2012 ha affinato queste linee guida introducendo l'adozione di piani provinciali per la ricerca delle persone scomparse adottati dalle prefetture responsabili del coordinamento delle ricerche".

In Italia esiste un commissario straordinario del governo per le persone scomparse, figura istituita nel 2007. Di cosa si occupa?

"La figura del commissario straordinario del governo per le persone scomparse è al momento unica in Europa. Questa assicura il coordinamento tra le amministrazioni competenti in materia, con le prefetture, favorisce il confronto incrociato tra i dati a carattere nazionale sulle persone scomparse e i corpi non identificati, relaziona semestralmente i risultati del fenomeno della scomparsa".

Quante sono ad oggi in Italia le persone scomparse non ancora ritrovate? Ci sono trend di rilievo negli ultimi anni, ad esempio sull'età degli scomparsi, o aree geografiche con più casi?

"Nell'ultima relazione al 30 novembre 2021 redatta dal prefetto Silvana Riccio le persone scomparse e mai più ritrovate dal primo gennaio 1974 al 30 novembre 2021 sono 68.027. Le regioni più interessate sono la Sicilia per i tanti immigrati che fuggono dai centri di accoglienza, poi al secondo posto il Lazio e al terzo la Lombardia. Per quanto riguarda i minori scomparsi abbiamo il Friuli Venezia Giulia. Negli ultimi anni la preoccupazione è focalizzata notevolmente sui minori, in particolare quelli stranieri".

Spesso ritrovare una persona scomparsa diventa una missione impossibile. Angela Celentano, Denise Pipitone: sono i casi più "mediatici" degli ultimi anni, ancora avvolti dal mistero. Pochi giorni fa in Sardegna sono stati ritrovati i resti di Silvana Gandola, pensionata originaria di Torino sparita mentre passeggiava nei pressi della spiaggia di Torre Vignola (in provincia di Sassari) insieme ad un'altra signora. Così come i sei agrigentini di cui non si hanno più notizie da tempo ormai. Eppure la macchina delle ricerche, imponente, era partita poche ore dopo la scomparsa, senza alcun esito nell'immediatezza dei fatti.

Da qui una riflessione: c'è qualcosa che non va nell'organizzazione e nel coordinamento delle ricerche di una persona scomparsa? Mancano risorse e figure specializzate anche tra gli inquirenti e le forze dell'ordine?

"La signora Gandola, purtroppo non un caso unico e raro. L'organizzazione e il coordinamento delle ricerche di una persona scomparsa è a nostro giudizio ancora carente per risorse e figure specializzate. Sono soprattutto le figure specializzate e formate prettamente per le persone scomparse a mancare. Da anni sentiamo parlare di formazione, ma ancora non è nato alcun corpo di forza dell'ordine o di protezione civile unicamente specializzato in tal senso. Ultimamente sono state fatte in alcune parti d'Italia delle esercitazioni con nuove strumentazioni atte al ritrovamento di persone in vita e non. Crediamo in realtà che manchi anche una voce di spesa pubblica dedicata all'acquisizione di nuove strumentazioni, tecnologie e dotazioni atte alle ricerche".

Trasmissioni televisive come "Chi l'ha visto?", e i media in generale, hanno un ruolo importante secondo lei?

"Assolutamente importanti, utili e necessarie. È capitato in alcune occasioni che proprio "Chi l'ha visto?" sia riuscita a dare un importante contributo alla soluzione di casi di scomparsa che celavano un reato. Riteniamo importanti per la diffusione degli appelli anche i social come Facebook".

Perché alcuni casi hanno un'ampia rilevanza mediatica e altri rimangono pressoché anonimi?

"Questa domanda dovrei rivolgerla io a lei che meglio di me conosce le "dinamiche" giornalistiche. Alcune volte non sappiamo neppure noi perché un caso sia più mediatico di un altro pur avendo caratteristiche simili. È proprio la "troppa e pressante" mediaticità che a volte spaventa i familiari che rinunciano, nostro malgrado, a rivolgersi alla trasmissione "Chi l'ha visto?" per un appello".

Siamo abituati a leggere di continuo appelli su persone scomparse, corredati da foto e poche informazioni, su diversi siti di trasmissioni tv, associazioni, pagine social. Un sito unico e sempre aggiornato, oltre che pubblicizzato, non sarebbe più utile per non disperdere le energie essenziali già nelle prime ore dopo la scomparsa, evitando la frammentazione delle fonti e delle informazioni?

"Sinceramente non ritengo che un sito unico e aggiornato potrebbe portare alla risoluzione di un caso nella sua immediatezza. Noi abbiamo un nostro sito dove pubblichiamo le storie degli scomparsi, la trasmissione ha un proprio sito con un archivio degli scomparsi, ma abbiamo anche le nostre pagine Facebook e Instagram su cui crediamo molto. Su queste veicoliamo subito gli appelli, le foto e le prime indicazioni sulla scomparsa. È proprio grazie a chi segue le nostre pagine e alle condivisioni che in alcuni casi abbiamo ricevuto direttamente segnalazioni che ci hanno permesso di ritrovare persone scomparse. Recentemente dopo aver postato un appello da meno di un'ora ci è arrivata la segnalazione precisa e dettagliata che ha contributo a risolvere la scomparsa. Ultimamente questo è stato compreso anche da alcune prefetture. Sono ancora poche, ma alcune hanno aperto un proprio profilo social su cui pubblicano la foto della persona scomparsa e altre che si rivolgono alla nostra associazione per veicolare la notizia sui social. E devo dire che quest'ultima rappresenta un'ottima forma di collaborazione tra prefettura e la nostra associazione a favore della ricerca e a sostegno della famiglia".

Reticenze, preconcetti o vergogne da parte dei parenti, soprattutto nella ricostruzione del passato di una persona scomparsa fornita agli inquirenti, possono essere controproducenti per il buon esito delle indagini? Come deve comportarsi un familiare?

"Sicuramente non mettere gli inquirenti a conoscenza di alcuni dettagli che potrebbero rilevarsi utili è controproducente. I familiari non sono pronti ad affrontare la scomparsa, nessuno di noi lo è. Sono attraversati da uno tsunami di emozioni e non sono in grado al momento della denuncia e del racconto di valutarne tutti gli aspetti. Quando supportiamo una famiglia entriamo in empatia con la stessa, questo perché molti volontari di Penelope sono anche loro familiari di persone scomparse. Entriamo nelle loro case, li ascoltiamo più volte, cerchiamo di acquisire ogni dettaglio della routine della persona scomparsa e della propria famiglia. Ogni dettaglio è importante ed ecco perché spesso passiamo ore e ore a parlare con loro. A volte occorrono giorni e giorni di ascolto per far emergere ciò che veramente può essere utile".

In conclusione, secondo lei l'Italia fa abbastanza per le persone scomparse e per i loro parenti, o c'è ancora da lavorare?

"Tanto ancora c'è da fare. Non solo per le ricerche, per il riconoscimento dei corpi non identificati, sulla formazione. Occorre portare sempre più a conoscenza dell'esistenza della terra del niente il mondo universitario e perché no anche il mondo politico. Occorrono figure professionali formate proprio nell'università, occorre che il mondo universitario sia coinvolto in questo tema partendo dalla statistica, dalla sociologia, dalla psicologia, dall'antropologia, dalla chimica, dalla biologia, dalla medicina, dall'ingegneria, dalla giurisprudenza. Occorre che si incentivi il mondo della ricerca scientifica verso il fenomeno della scomparsa, la ricerca scientifica come strumento di innovazione nel campo investigativo, delle indagini e dell'identificazione dei resti cadaverici. L'impiego dell'intelligenza artificiale potrebbe essere uno di questi strumenti. Ci sono poi altri aspetti che ruotano intorno alla scomparsa. Sono tutti quegli aspetti civilistici che diventano degli ostacoli insormontabili per i familiari. Parliamo di curatela, di reversibilità di pensione, di permessi retribuiti per i familiari, parliamo dell'assenza (ma in realtà presenza) genitoriale che produce effetti amministrativi e legali sui figli minori. Su alcuni di questi aspetti abbiamo già ottenuto delle proposte di legge: una sulla riduzione da dieci a cinque anni del tempo per la dichiarazione di morte presunta della persona scomparsa, per risolvere una serie di situazioni giuridico-amministrative che pesano sulle famiglie, e l'altra sull'istituzione di permessi lavorativi per i familiari che partecipano alle ricerche degli scomparsi".

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