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Il processo / Favara

"Indagavamo sugli ammanchi alle Poste e abbiamo scoperto le foto pedopornografiche": il racconto in aula del carabiniere

Un maresciallo che si occupò del caso rivela che il materiale fu trovato nell'ambito dell'inchiesta sulla sparizione di oltre mezzo milione di euro. "La ragazzina vittima dei ricatti inizialmente fu reticente"

"La procura stava indagando su un ammanco di soldi all'ufficio postale di Favara e fu disposta una consulenza tecnica sul telefono dell'impiegato, nella memoria furono trovate delle foto che ritraevano ragazzine in atteggiamenti sessualmente espliciti". 

Il maresciallo dei carabinieri Salvatore Tarantino racconta così in aula le battute iniziali dell'inchiesta che ha fatto finire a processo, per i reati di violenza privata e pornografia minorile, Pasquale Di Stefano, 64 anni, ex impiegato delle Poste di Favara, arrestato in passato nell'ambito di una articolata vicenda di soldi sottratti al suo ufficio e ricatti sessuali di cui sarebbe stato vittima.

Di Stefano, un paio di anni fa, fu arrestato in Germania. Su di lui pendeva un mandato di cattura per avere sottratto 573 mila euro dalle casse dell’ufficio postale di Favara. Di Stefano, in particolare, avrebbe fatto sparire un'ingente somma di denaro per pagare i ricatti di una coppia che aveva scoperto le molestie ai danni della figlia minore di 14 anni e gli avrebbe estorto i soldi in cambio del silenzio. In questo processo è accusato di violenza privata e pornografia minorile.

"Ti rovino la vita, ti faccio scomparire, distruggo la tua famiglia". Di Stefano avrebbe minacciato così una ragazzina minorenne, che agli inizi della vicenda aveva 13 anni, per costringerla a fotografarsi nelle parti intime e inviargli gli scatti. Il materiale sarebbe stato poi custodito nella memoria del suo cellulare scoperto casualmente nell'ambito delle indagini per peculato. 

Il sottufficiale ha raccontato che la ragazzina (adesso parte civile con l'assistenza dell'avvocato Salvatore Cusumano) fu identificata in seguito ad alcune ricerche social e riconosciuta da un tatuaggio. "Confermò le accuse solo dopo un'iniziale reticenza", ha spiegato il carabiniere. 

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