Martedì, 26 Ottobre 2021
Cronaca Palma di Montechiaro

"Uccise il cognato violento con premeditazione", chiesta condanna a 30 anni

Il 37enne Raimondo Burgio, secondo il pm Emiliana Busto, esasperato dalle continue aggressioni, avrebbe progettato il delitto

Secondo il pm fu un omicidio aggravato dalla premeditazione: le continue liti, le aggressioni e le minacce di morte fino alla reazione violenta e alla vendetta a colpi di arma da fuoco che mise la parola fine a un violento contrasto in ambito familiare. Il pubblico ministero Emiliana Busto ha chiesto la condanna a 30 anni di Raimondo Burgio, 37 anni, di Palma di Montechiaro, fermato dai carabinieri il primo novembre del 2018 con l’accusa di avere ucciso, poco prima, il cognato Ignazio Scopelliti, 45 anni.

L’imputato, che ha nominato come difensori gli avvocati Francesco Scopelliti e Giovanni Lo Monaco (la loro arringa è stata fissata per il 19 marzo), da oltre un anno è tornato pressochè libero per effetto della scadenza dei termini di custodia cautelare. 

"Temevo fosse armato e potesse uccidermi o fare del male a mia madre - aveva detto al giudice -, un amico mi aveva rivelato che diceva di avere sempre un coltello con sé e che lo avrebbe usato per uccidere mia sorella. Lo avevamo denunciato tante volte, era diventato un incubo”. Questa la confessione che aveva spinto il giudice fin da subito, in considerazione dell’atteggiamento collaborativo, ad evitargli il carcere e applicargli gli arresti domiciliari con l'applicazione del braccialetto elettronico.

Il pm, però, non gli crede e chiede il massimo della pena possibile (tenuto conto della riduzione di un terzo prevista dal rito abbreviato) in considerazione dell'aggravante della premeditazione. "E' uscito portando con sè la pistola - ha sottolineato -, con l'evidente intenzione di consumare la vendetta".

Burgio, venditore di bombole Gpl e acqua minerale, in un primo momento, quando nell’immediatezza dei fatti fu sentito come testimone, aveva negato i fatti. L’anziano genitore, sentito dai carabinieri, aveva provato ad accollarsi l’omicidio del genero. Quando ha appreso che le immagini del sistema di videosorveglianza di un’abitazione lo avevano immortalato nitidamente mentre sparava al cognato, in pieno centro, in via Palladio, il cambio di strategia e la confessione.

Alle spalle ci sarebbe una storia di reiterate violenze da parte di Scopelliti nei confronti della moglie, sorella di Burgio. La vittima, ufficialmente disoccupata anche se pare lavorasse in campagna saltuariamente come bracciante agricolo, avrebbe avuto da tempo atteggiamenti molesti e violenti nei confronti della donna che voleva lasciarlo e dei suoi familiari. Fatti che erano stati regolarmente denunciati, anche poche ore prima della tragedia. 

“Quella mattina – ha detto al Gip Stefano Zammuto – sono andato a comprare la frutta e al rientro ho visto mio cognato Ignazio, davanti alla porta, per strada, che parlava con mia madre. Ho avuto paura e gli ho detto di andarsene. Lui si è avvicinato, mi ha minacciato e io ho fatto fuoco”. 

Gli inquirenti, che ben conoscevano il contesto, hanno subito puntato dritto verso la pista familiare e gli hanno contestato la premeditazione sulla quale il pm, adesso, insiste. Il gup Francesco Provenzano, davanti al quale si celebra il processo, ha rinviato l'udienza al 19 marzo per l'arringa dell'avvocato di parte civile Giuseppe Vinciguerra, che difende alcuni familiari della vittima, fra cui la figlia, e le conclusioni della difesa dell'imputato. 

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