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"La grande sete" e la "grande fame", se la politica del "pusticeddru" governa il futuro

L'operazione "Waterloo", con le sue decine di indagati, ha messo in luce un presunto "sistema" che attraversa 10 anni della nostra storia comune

(foto ARCHIVIO)

"L'acqua che ci avete promesso, coi vostri comizi, che da monte Cammarata, bella limpida fresca, doveva venire a scorrerci sopra, promessa ce l'avete, ma dato mai". Così, nel "La grande sete" un grande scrittore del '900 come Antonio Russello raccontava la rabbia del contadino, Calogero Sardella, costretto a combattere in modo ferale con il proprio mulo per un po' d'acqua da bere, rivolgeva ad una classe politica che, anche in quegli anni, usava la promessa della fornitura idrica come strumento di campagna elettorale.

La grande sete, appunto, ma anche la grande fame. Quella di lavoro, che a distanza di decenni è rimasta endemica (quasi quanto la crisi idrica) nel nostro territorio. Un "appetito" che genera "appetiti", se, come ci raccontano le intercettazioni dell'inchiesta "Waterloo", c'era chi si metteva in fila, quasi in ogni livello dell'arco costituzionale, per chiedere un "pusticeddru" per l'amico, il conoscente, il "figlio di". Macerie e miseria di una politica (e non solo) che, al di là dei rilievi penali di questa intricatissima vicenda (1500 pagine di provvedimento di fermo, centinaia di capi di imputazione, anni di attività e presunte omissioni passate al setaccio) è ancora ridotta alla "telefonatina" all'amico imprenditore per "sistemare" con contrattini di pochi mesi e ritmi di lavoro che l'Inps ha duramente giudicato, qualcuno che poi, forse, si sarebbe dovuto sdebitare con il voto o che, semplicemente, si sarebbe dovuto cimentare nel "grazie onorè", che è la misura di un elettorato che ha dimenticato i programmi, le speranze, le prospettive, per cercare la cortesia.

La grande sete, la grande fame, la grande melma. Quella dei depuratori, che sebbene sequestrati e poi consegnati prima alla Girgenti Acque, poi alla Regione e poi alla gestione commissariale rimangono sottodimensionati e privi di autorizzazioni allo scarico, scadute da anni, in attesa che i grandi progetti della struttura commissariale nazionale vengano portati a compimento. Più che l'onor per il territorio, verrebbe da dire parafrasando De Andrè, poteron le sanzioni europee. 

La percezione che si ha, a guardare da lontano l'operazione "Waterloo" e guardando agli ultimi 10 anni della vita cittadina, è quella di un territorio dove le istituzioni, a tutti i livelli (ci sono, tra gli indagati, un prefetto e componenti delle forze dell'ordine) dialogano con un po' troppa "confidenza" con altre forme di potere e snobbano le denunce di cittadini, stampa, associazioni ambientaliste, limitandosi a scrollare le spalle a qualche titolo di giornale, soprattutto se locale.

Non sono bastate le manifestazioni di piazza, le interrogazioni parlamentari (alcune che non hanno mai ricevuto nemmeno risposta), le audizioni di commissioni d'inchiesta e persino le attività informative delle forze dell'ordine, per quantomeno "riportare in carreggiata" la gestione di un servizio pubblico, prima che intervenisse la magistratura con una delle operazioni più complesse degli ultimi anni.

Adesso si apre un nuovo scenario, in cui i sindaci, che da anni dicono di pretendere per il territorio una gestione pubblica, hanno tutti gli strumenti e anche l'obbligo di mettere mani al sistema, prima che crolli, con un nuovo fronte che si apre anche sulla gestione del personale da utilizzare: con quali criteri sarà scelto? O ancora, come parrebbe, verrà "assorbito" da quello che venne definito dalla Procura, un "assumificio"?

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